A una donna che lotta contro il cancro.
January 25th, 2008

Ciao Heather. Ti ho scoperta ieri sera, facendo quelle ricerche che si fanno per vedere fino a che punto può arrivare il dolore umano dei vivi. Trovo una foto della risonanza magnetica che fotografa impietosamente il tuo tumore, al cervello. Una maledetta macchia, che tu hai cerchiato in rosso, indicandola con una freccia verde. “Tumor”, scrivi. Leggo la tua storia. I primi sintomi ma, soprattutto, la chemioterapia.
I tuoi capelli si diradano, fino a scomparire. La debolezza, il corpo che inizia a cedere. E, allo stesso tempo, l’affetto di tua figlia, le foto insieme, sorridenti. Sì, sorridi e vedo il sole. E’ un sorriso speciale, che mi dà forza. E, cara Heather, non voglio egoisticamente pensare: “guarda chi sta peggio di te”, oppure “i mali del mondo sono altri”. No. Io voglio guardare la tua forza, e cercare di imparare da quella. Perché, in fondo, sono un vigliacco. Un mollaccione, che se la prende ancora se qualcuno va gettando fango in giro su di lui. Heather, non ti conosco, e non credo neanche che ti scriverò una mail. Tutto quello che vorrei dirti è banale e, di fronte alla tua condizione, inutile. Però. C’è un però. L’affetto che ho provato verso di te è stato così grande da farmi piangere. Un pianto incontrollato, davanti al mio pc. Immaginando il giorno della diagnosi. E mi sono ricordato quando ho fatto anche io una risonanza magnetica alla testa, sette anni fa. C’era una cisti, c’è ancora: dovevano capire cosa fosse. ”Niente di maligno, si è formata alla nascita”, la diagnosi, la mia. Poi immagino tu che scatti quella foto, così cruda, al tumore, a quella cosa che ti vuole portare via la vita. Che scrivi e racconti. Che, pochi giorni fa, sul tuo blog, ci aggiorni sul nuovo ciclo di chemio che ti aspetta, e il pianto in cui sei scoppiata quando il medico ti ha detto che il tumore non era regredito. Chiedi alla gente di versare quello che possono per mantenere le tue costose cure, perché per vivere servono i soldi, tanti soldi (qui il sito).


Heather, coraggio.
La vita mi fa paura.
Pierluigi, senza papà.
November 4th, 2007


Due anni fa, i genitori di Pierluigi, un ragazzo fiorentino con la passione del calcio, contattano la redazione di C’è posta per te. Il padre, tifoso della Fiorentina come il figlio, vuole fargli incontrare il suo idolo: Luca Toni. Passa il tempo, ma quella richiesta non trova risposta, anche per le troppe domande che arrivano alla trasmissione di Maria. Nel frattempo il papà di Pierluigi muore. La mamma torna a contattare la redazione, per esaudire quel desiderio. Così, ieri sera, Pierluigi, ammutolito dalla timidezza e dell’imbarazzo, ha potuto incontrare il suo idolo, non senza un pensiero per papà: “Chissà cosa pensa ora dal cielo”.


Non mi vergogno a dire che mi sono commosso.
In ricordo.
November 2nd, 2007

Il 2 novembre del 1975 io avevo due anni. Mio padre ti aveva conosciuto, al mare. Leggeva i tuoi libri. Non ho mai capito quanto e se ti avesse conosciuto bene, ma so solo che spesso mi avrebbe parlato di te. Come stamattina, quando mi ha spedito via email una foto scattata col cellulare durante la commemorazione per ricordarlo. C’era anche Silvio Parrello, uno dei “Ragazzi di vita”. Pier Paolo Pasolini è stato ammazzato come una bestia, e la foto del cadavere in una busta di plastica rende al meglio la bestialità di chi lo ha ucciso. Io non ho letto i suoi libri, ho iniziato con Ragazzi di Vita, e smettere è stato un mio limite. Quando B. è venuto da Los Angeles, l’ho portato all’Idroscalo, a visitare il luogo dove è stato ammazzato. E’ su uno stradone non illuminato, in mezzo a cespugli non curati, protetto da una recinzione con piccole travi in legno. Dimenticato, anche dopo la morte. Mi ricordo, a , le squallide polemiche della destra fascista, contraria ad una stele nel centro. Pasolini è stato ed è un simbolo. Di chi, nel 1975, sfidava le convenzioni e criticava i modelli dominanti del periodo, dalla chiesa ai comunisti. Non aveva problemi, lui, a raccontare agli amici che la sera andava con una marchetta di piazza della Repubblica. Era spigoloso e pungente, cattivo e schietto, almeno così me lo immagino dai documentari in cui l’ho visto parlare di sé.
Ciao Pierpaolo, chissà cosa diresti, oggi, se fossi vivo.
A Simona, mamma malata.
October 24th, 2007

So che potrà sembrare sciocchino, ma io ogni volta che guardo Reparto Maternità mi commuovo. Non è una commozione fatta di lacrime. Ma di formicolio allo stomaco. Penso a come sarei in un corridoio d’ospedale ad aspettare l’apertura della porta con dietro quel cricetino umano sonnacchioso. Penso all’odore che hanno i neonati. Alla morbidezza delle loro braccia. Ai gemiti confusi.
Simona è una mamma-coraggio. E’ arrivata all’ospedale San Camillo insieme al marito, un ragazzo biondino, parlata romana. Vivono in un quartiere popolare, in una casa piena di cani e gatti. E’ serena, e le telecamere mostrano tutta la sua voglia di scoprire cosa ha nutrito per nove mesi. Simona ha la sclerosi multipla. Una malattia che, come spiegano i medici protagonisti della trasmissione, è destinata a degenerare. Ma, nonostante questo, ha sfidato una gravidanza. Ha sfidato i rischi che comportava, incluso quello di un peggioramento repentino delle sue condizioni. E alla fine ha partorito Nina. “Non sappiamo fino a quando sarà in grado di accudirla da sola – spiegava un medico del reparto – E’ una scelta, che ognuno può giudicare secondo la propria coscienza”.

Simona, non ti conosco, ma la tua dolcezza mi ha commosso.
Lettera mai spedita/ Al papa.
November 9th, 2006
Un’altra rubrica, che avrà una cadenza irregolare, dettata dal mio stato emotivo e dalle ripercussioni su di esso della cronaca, della vita. Una lettera che non ho spedito e che non spedirò mai.
Si comincia con una lettera al papa.
Caro papa,
tu – permettimi questa confidenza, ma, in fondo, sento che il Dio che rappresenti è molto down-to-earth – dici che i gay ostentano, che vogliono affermare una visione distorta della famiglia, che vogliono impossessarsi di bimbi innocenti e inconsapevoli, che vogliono oltraggiare Gerusalemme sfilando nel corteo rituale del Gay Pride luoghi sacri e simboli che a loro, ai gay, non appartengono. Quando dici queste cose, mi rendo conto che quella che è in atto non è una contrapposizione tra esseri umani pensanti pronti a rivedere le loro posizioni se confrontati con un pensiero più giusto, ma è piuttosto un duello tra blocchi ideologici immobili come il granito zincato. Tu devi dire che i gay sono essere diversi da compatire, da capire, da perdonare. I gay rispondono che le tue sono ingerenze inopportune nella vita di uno stato laico. Ma dietro a questi due blocchi, caro papa, ci sono uomini. Uomini che pregano un dio che, ne sono certo, li ascolta e li accarezza con la loro mano invisibile. Uomini che amano. Che vogliono amare un figlio. Uomini che, oggi, non capiscono la tua sterile e costante critica. Perché vedi: quando i gay dicono di voler sfilare a Gerusalemme, non lo fanno per oltraggiare. Non lo fanno per insultare. Lo fanno per dire: noi esistiamo. Ci siamo, anche in Israele. Anche a Roma, come accadde nel 2000. I gay ci sono, vivono, e vogliono solo essere uguali. Uguali al padre che bacia la moglie e porta i figli a giocare al parco. Uguali a chi vive circondato dall’amore di una famiglia rispettata e riconosciuta. E, magari, diversi dal prete che dice messa e poi, di nascosto, corre in una dark room a usare quella stessa bocca per fini più lussuriosi.
Ecco, caro papa, i gay sono uomini, che pretendono di avere la stessa dignità di tutti gli altri essere umani.
Per sentirsi meno diversi.



