Cervelletti in vetrina.

March 6th, 2010

Cervelletto in vetrina. by you.

Ogni volta che vado in macelleria, l’occhio mi cade su questa vaschetta. E’ sempre là, al solito posto. Ed è sempre piena.

Siccome credo nell’estetica del cibo, questo mi fa veramente senso.

Aria di primavera.

March 4th, 2010

Aria di primavera. by you.

A Roma c’è un’aria d’aprile. Il giubbone invernale inizia ad essere pesante. I termosifoni sono stati spenti. L’aria condizionata naturale ad altezza ginocchio è rinfrescante.

Caccia al buco.

February 24th, 2010

River ha iniziato a cercare casa. Già. Da un po’ ho iniziato a compiere un viaggio esplorativo in quell’atroce melma chiamata mercato immobiliare. Viaggio di cui non conosco l’esito: l’affitto non mi dispiace, e se devo andare a vivere in una zonaccia, preferisco continuare a starmene in questa sistemazione. Il budget di partenza è volutamente basso, giusto per non incasinarmi la vita e chiedere aiuto ai miei: tra i 240 e i 300mila euro. Il capitolo mutuo sarà aperto all’occorrenza.

Sarà un viaggio a puntate, nel corso del quale racconterò i miei incontri con gli agenti immobiliari (altro che fenomenologia…), le fregature scovate sui siti, le proposte più bizzarre.

Roma, neve.

February 12th, 2010

Roma, neve. by you.Roma, neve. by you.

Era da due giorni che il Comune, allertato dalla Protezione civile, annunciava neve. E io, lo confesso, ero parecchio scettico. Fondamentalmente perché, da queste parti, era dal 1986 che non nevicava – sul serio. E, invece, stamattina, eccola.

Roma, neve. by you.Roma, neve. by you.

Sempre vista all’estero, mai particolarmente amata. A Roma fa un certo effetto.

In metro, pezzi di vita altrui.

February 10th, 2010

Stamattina, 12.15 circa. Metropolitana di Roma, linea B. Il vagone è mezzo vuoto, il treno è uno di quelli che passano, secondo non so quale criterio di programmazione del trasporto, pochi minuti dopo un altro convoglio. Mancano poche fermate, e non mi va di stare seduto. Un signore inizia a parlarmi. Si lamenta della lentezza del treno. Alla fermata di Eur Magliana il conducente molla sempre il treno e attende il cambio. “Vengo dall’ospedale Gemelli, e il viaggio mi sembra infinito”, continua a parlare il signore. Ha circa 60 anni, i capelli bianchi, la camicia abbottonata fino al collo, con un maglione marrone. Gli occhiali, color oro, hanno un montatura vecchia, e sono anche storti. “Un bel viaggio, dal Gemelli”, gli rispondo. E’ il la. Si avvicina a me, per non continuare a parlare ad alta voce. “Vado spesso là. Ho un tumore, stavo per morire, ma mi hanno salvato”, dice. Smetto di pensare al mio appuntamento, e mi concentro su di lui. Le aperture improvvise, inaspettate e non richieste, per di più su un mezzo pubblico, meritano rispetto e attenzione. “Soffro di una sindrome al cuore, ereditaria”, mi dice mentre apre una borsa 24 ore in pelle. Ne estrae una cartellina bianca, il logo della Cattolica in alto, e la scritta: “Elettrocardiogramma”. Mi racconta di essere stato ricoverato prima al Sant’Eugenio, e di essere scappato perché i medici stavano sbagliando tutto. Ora è in cura al Gemelli, e qui lo avrebbero salvato. “Scusi, ma il tumore?”, gli chiedo timoroso, cercando di non essere invadente. “Quello lo hanno scoperto per caso, mentre facevo delle analisi di routine. Da una curva glicemica hanno visto che qualcosa non andava. Hanno fatto accertamenti, scoprendo che c’era un tumore, al rene. Ma lo hanno preso presto, prestissimo”. Mi chiede che lavoro faccia e, quando gli dico che sono giornalista, inizia a parlarmi del figlio. “Anche lui lo è – mi racconta – ma si è trasferito in America. Prima è stato inviato per un giornale italiano e poi ha iniziato a lavorare per una televisione. Pensi che là, per una giornata di straordinario, gli danno 600 dollari. Ormai s’è fatto una vita là, si è anche sposato”. Tento una timida difesa del Belpase: “Però in America non avrebbe avuto le cure gratis, in ospedale”. “Chi lavora ha l’assicurazione sanitaria, e non paga”, risponde preparato.

Le porte si aprono, sono arrivato. “In bocca al lupo”, gli sorrido mentre scendo sulla banchina.

Brandelli di vita duri da masticare.

McItaly, l’ammazza hamburger.

February 8th, 2010

foto by you.

Dopo forse più di un anno, torno da McDonald’s. Il pretesto è una visita in quel posto dimenticato da Dio che si chiama Parco Leonardo. S’è rotto il terzo aspirapolvere in 6 anni. La M è grande e invitante, e quindi si entra. Dentro, il delirio. Non pensavo attirasse orde di bimbi inferociti quasi quanto i genitori. Mi ricordo della campagna pubblicitaria con la quale il nostro ministro dell’Agricoltura ha promosso il McItaly: un hamburger “genuino”, con prodotti solo italiani. Mi stupisce che la McDonald’s abbia accettato la partnership: è un modo, manco troppo indiretto, di dire che gli altri hamburger fanno schifo.

Ma il problema è proprio questo. La schifaggine. Se voglio mangiare qualcosa di sano, evito di avvicinarmi ad un Mc in un raggio di 100 metri. L’odore di fritto, a volte, arriva anche oltre. Ma se proprio voglio farmi del male, vado diritto al sodo: il Big Tasty. Il più grande, pesante, grasso. Ma tant’è: stavolta, sia io che Allstarboy, proviamo il McItaly.

Primo pensiero: che cavolo c’azzeccano i carciofi? Sarò di parte – odio i carciofi, che non mangio MAI – ma uccidono il sapore della carne. Inoltre: perché sostituire il buon pane col sesamo, con del pane scialbo, che manco al discount? Anche il formaggio ha un sapore troppo “invasivo”.

Dal podologo.

February 4th, 2010

Dal podologo. by you.

Potevo, dopo la foto dell’orrendo piede di Victoria, trascurare il mio?

La visita dal podologo arriva sempre e soltanto quando c’è qualcosa che non va. E arriva quando lui è in ferie. Cioè la scorsa settimana. Dopo un paio di anni dal “macellaio di San Lorenzo in Lucina” (leggi: urla e grida a ogni visita), ho trovato questo, traversa di via dei Condotti. Mani di fata. Allstarboy s’è fatto due risate a sentire le mie smorfie.

Ci sono due filoni di film horror che, secondo me, andrebbero esplorati: “Il Dentista” e “Il Podologo”.

La gru e il software paraculo.

February 3rd, 2010

foto2 by you.

Un pezzo dell’adolescenza di molti. Della mia di sicuro. Più che soldi, c’ho speso tante speranze, invano. La speranza che quella maledetta gru riuscisse ad afferrare qualcosa. Non mi importava cosa: mi sarebbe bastato vedere lo stramaledetto sportello in uscita aprirsi. A distanza di anni da quei sogni infranti a furia di cento/cinquecento lire infilate nella macchinetta,  parlo con chi progetta il software di uno di quegli aggeggi. E lui, candidamente, mi spiega che sono programmati per non far vincere troppo. Un po’ come le slot machine. Quindi: ogni vincita deve essere seguita da un numero predeterminato di sconfitte. E non c’entra niente la bravura del singolo giocatore, che inutilmente calcola la posizione della gru.

Che poi, oggi, questi orrendi orsacchiotti giganti ti fan venir voglia di non vincere. Al Warner Village – sabato scorso – c’erano macchinette a tema: solo con palloni da calcio, oppure con orologi. E qualcuno che ci giocava c’era sempre.

foto by you.

L’appuntamento è alle 20.30. Sinagoga di Roma, al ghetto. E’ il primo incontro, per quanto strano possa sembrare, tra la comunità ebraica di Roma e i sopravvissuti della Shoah. Quelli che, ogni anno, accompagnano gli studenti nei capi di sterminio. Per documentare, ricordare, raccontare con la loro voce l’orrore della loro esperienza. Il tempo passa, e loro continuano a voler girare, incontrare studenti, per il cosiddetto “passaggio del testimone”. Quando non ci saranno più, resteranno solo i giovani, che ripeteranno le loro parole, trasmetteranno ad altre generazioni, i loro figli compagni di classe, i racconti della Morte. Sono libri di storia viventi. Drammativamente vivi. Ci sono Shlomo Venezia, uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando (quello addetto alle camere a gas), le sorelle Andra e Tatiana Bucci (che finirono bambine ad Auschwitz, nel kinderblock), Piero Terracina, Sami Modiano, e altri di cui non ricordo il nome. La sinagoga è gremita, moltissime persone sono in piedi. Misure di controllo rigidissime, per via della tensione della giornata della Memoria (a Roma, ieri, sono state registrate più scritte antisemite). Allstarboy scopre che le Mentos fanno suonare il metal detector (penso dipenda dalla carta argentata). Tra il pubblico si riconosce Pippo Baudo, oltre al sindaco, Gianni Alemanno, e il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti. Ma era meglio se la politica fosse rimasta fuori. Gli studenti delle scuole iniziano a rivolgere domande ai sopravvissuti. “Vi siete sentiti traditi dall’Italia?”, “come avete vissuto il ritorno a casa?”, “come potete convivere ripensando a ciò che avete passato?”, e così via.

C’è un filo rosso che unisce tutte le risposte, gli stati d’animo dei sopravvissuti. Quel qualcosa è il “senso di colpa”. Già. Loro si sentono in colpa, per il semplice fatto che sono riusciti a scampare a quella bestiale fabbrica di morte creata dal regime nazista. Hanno perso fratelli, genitori, cugini. In alcuni casi le loro famiglie sono state interamente sterminate. E, invece, loro sono qui, a portare il peso di questa sopravvivenza. Ma ricordando, lo fanno per i loro cari e, soprattutto, per noi. Sami Modiano è praticamente l’unico sopravvissuto della comunità ebraica di Rodi. L’unico che è uscito vivo dal campo.

Tra le tante storie, quella delle sorelle Bucci, del loro essere vive è la più paradossale. Quella che riesce a sintetizzare al meglio l’assurda roulette russa della morte inventata dai nazisti. Andra e Tatiana erano bambine, quando vennero separate dalla mamma e dal cuginetto. Ad Auschwitz erano riuscite a farsi prendere in simpatia da una blokova, che vigilava sui bambini. Un giorno, questa blokova va da loro. “Oggi vi chiederanno se vogliate rivedere vostra madre, e vi chiederanno di fare un passo avanti. Non fatelo”. Andra e Tatiana non capiscono. Non vedono loro madre da diverso tempo, eppure si sentono di seguire quel consiglio. “Chi vuol rivedere la mamma?”: alla fine la domanda arriva. Loro rimangono ferme, sono in un gruppo di bambini. Chi si fa avanti è loro cugino, Sergio de Simone. Finirà tra le mani del folle dottor Mengele. Da quel campo non uscirà vivo.

Ricordare, sempre.

Solo, polmonipensieri, coppia.

January 26th, 2010

L’aria pesa come il bilanciere da 28 all’ultima ripetizione della terza serie, piedi contorti per tirarlo su, unghie premono contro le scarpe, le voci mi distraggono, cazzo, devo riuscirci, fate silenzio, qui si lotta per vivere. I polmoni sembrano dover forzare la resistenza di un fil di ferro che li tiene ancorati ad una parete di cemento armato, risultato di un dispetto di qualche ragazzo del destino. Ragazzo contro, ancora invisibile, ma so che ci sarà, tra me e lui. Già, lui. Ogni singolo respiro è l’espressione della pesantezza dei miei pensieri. Uno sembra voler ostacolare l’altro. I polmoni reclamano energie per gonfiarsi – maledetti parassiti, ma di vostro farete mai qualcosa? – la testa per pensare a dove indirizzare la scarsa voglia che ho di essere lucido.

Sono le 16.48. Seduto. Rilassato.
10 secondi: Inspiro 3 volte, ed espiro 3 volte.
1 minuto: 18 volte espiro, 18 volte inspiro.
10 minuti: 180 volte espiro, 18 volte inspiro.
1 ora: 1080 volte espiro, 1080 volte inspiro.
10 ore: 10800 volte espiro, 10800 volte inspiro.

Vorrei poter credere in Dio, sapere che qualcuno là sopra faccia in modo che non mi stanchi di respirare. Faccia, tempo futuro. E vorrei sempre che questo qualcuno, una volta messo di fronte all’ineluttabilità della fine del corpo, si preoccupasse di spegnere l’interruttore generale senza salvavita. Preoccupasse, tempo presente, forse. Ma alla fine so che sta tutto a me, e che non c’è nessuno a vegliare sul lento susseguirsi di scatti d’orgoglio da amante geloso e, per questo, gelido. Tocca a me rispettare l’obbligatorietà dell’alimentazione a base d’ossigeno. Siamo energia umana centrifugata in una città di intrecci solitari, disegni senza cornice, storie che si sovrappongono, rabbia schizzata contro le pareti di un finestrino al semaforo – e ti chiede pure se gli dai 10 centesimi alla fine del servizio – dolore in corsia d’ospedale cullati dall’indifferenza ineluttabile della vita che oltre le finestre va avanti, cappuccino con sorriso stampato sopra la mattina quando hai appena augurato ai tuoi organi di esplodere sul sampietrino squagliato dal sole d’agosto. Le batterie hanno un’anima? Perché se così fosse dovrebbero rifiutare l’alimentazione forzata. Le scariche elettriche sono palliativi, pompini emo-tivi prima che si esali l’ultimo respiro. Un ultimo schizzo, e poi via risucchiati dal nero dell’ in-esistenza.

Quando si è in due è più difficile sembrare soli. Molto più semplice esserlo.

 12.30. Io e Allstarboy siamo in auto, direzione casa. A Roma è una bella giornata, e il sole cerca di raddrizzare i nostri neri umori post-scazzo mattutino-universitario. Sto parlando al telefono - ovviamente con l’auricolare, date le velocità cui si presta la strada – quando in lontananza, a non più di cento metri, vedo tre travi di legno in volo. Letteralmente. Erano cadute da un camioncino bianco, non erano state fissate e stavano rimbalzando pericolosamente. Tra me e il camion ci sono altre due auto. Riescono a schivarle, inchiodando e sterzando. Quando è il mio turno, sono già in terra: ci devo per forza passare sopra, per non fare manovre troppo brusche. Niente chiodi. Il furgoncino si è successivamente fermato – non subito - quando una delle due auto che avevo davanti gli si è accostato. Mi accosto anche io, inizio ad urlargli contro una serie di insulti. Mi fermo in corsia d’emergenza, insieme alle altre due macchine. Non ci penso neanche un secondo, e chiamo i carabinieri, che girano subito la chiamata alla polizia stradale. Il Raccordo è competenza della Polstrada, che di incidenti così ne mastica fin troppi. Fornisco le coordinate (ancora devo capire qual è la corsia esterna e quale quella interna), e loro mi chiedono la targa del mezzo. Spiego che non l’ho presa, data la rapidità con cui tutto ciò è successo. L’autista del furgone, intanto, sta recuperando le travi: è letteralmente sceso in strada, e se le carica in spalla, una ad una. Le auto lo schivano. Ripenso a tutti gli incidenti mortali di cui ho scritto, in questi anni, e mi dico che non la deve passare liscia. A un certo punto, raccolte le travi, il camion viene verso di noi. Ne scende un ragazzo rumeno, sui 30 anni. Chiede se è successo qualcosa, e io gli dico subito: “No, ma ti denuncio, tranquillo”. Inizia a dirmi che ha la madre malata, che andava di corsa, e così via. “Qui rischiavi di uccidere tre famiglie”, e tronco subito la sua lagnosità. Nelle altre due auto ci sono una giovane coppia, e un signore con l’anziana madre. Passano poco più di 5 minuti e gli altri due automobilisti danno segni di “cedimento civico” (per usare un eufemismo). Il primo va di corsa, il secondo si rende conto che, non avendo la patente, ha paura di affrontare la stradale. “Non c’è problema, resto io”, gli dico, mentre ASB scatta le foto al mezzo. La cosa assurda è che l’autista rumeno, intanto, viene da me e mi dice che ora le travi sono fissate bene. Vado a controllare, e vedo che le tiene legate con un fil di ferro sproporzionato rispetto alla loro grandezza. Glielo faccio notare, e lui mi fa: “Va bene, esco alla prossima e le sistemo”. Siamo alle comiche. L’attesa comunque dura poco, la stradale arriva dopo pochi minuti. Ci chiedono subito se ci sono feriti o danni alle cose, mentre il pazzo delle travi si affretta a pregarll di farlo andare. “Grazie, ora procederemo noi”, mi dice l’agente. Multa e, per quanto ne so, denuncia.

Paura sul Raccordo, schivando travi. by you.

Non so perché questo incidente mancato mi abbia colpito così tanto. Forse perché stamattina all’andata, qualche chilometro più avanti, proprio mentre andavo a prendere ASB, sono rimasto bloccato mezz’ora. Una Smart si era rovesciata. Cocci ovunque. Eliambulanza e altre due ambulanze. Birilli a delimitare ciò da cui noi tutti eravamo scampati. Vari feriti e, forse, qualcosa di più.

La vita, a volte, si gioca in pochi secondi.

Tic post-moderni.

January 19th, 2010

La colpa è del capo. Dopo un incontro, al quale ero andato con lui, nel corso del quale si dovevano fondamentalmente stringer mani, gli vedo tirar fuori dalla giacca una confezione di igienizzante. Ora: avevo considerato la vendita di questo prodotto una neanche troppo imprevedibile conseguenza della paura da suina. M’ero ormai abituato agli scaffali di Amuchina allestiti per l’occasione da quasi ogni farmacia romana. E, in fondo, consideravo la cosa abbastanza inutile. Tutto fino a quel giorno. “Ne vuoi un po’?”, mi fa lui. Accetto la spremutina di goccia fresca sul palmo della mano. Inizio a sfregarmi le mani e rimango colpito dal fresco odore del gel, che lascia una strana sensazione di pulito. Sicuramente sarà l’effetto placebo.  Ma tant’è.

foto by you.

Da quel giorno sono ufficialmente diventato un Amuchina-addicted (in realtà non è l’unica marca che ho preso). Ne ho un barattolino in redazione, e molteplici a casa. Si usano soprattutto dopo aver preso la metro, o partecipato ad analoghi incontri stringi-mani.

Buongiorno blog.

Ieri sera, seguendo nonmiricordoqualelink, sono finito su un video-storia, mia e della televisione italiana: era ”Pronto Raffaella”. Su Youtube non ce ne sono moltissimi, ma è stato come mangiare le paste mignon della Fiorentina: una tira l’altra. Il semplice riascoltare un paio di sigle mi ha fatto capire tante cose. Riguardandoli, mi sono reso conto che se rimanevo incantato di fronte a quei balletti e ai costumi della Raffaella nazionale, non potevo non essere gay. Deve esserci un gene, che spiega, prima ancora che l’omosessualità, l’attrazione verso quel genere di spettacoli. Perché quella della Raffa non era una semplice trasmissione. Era una sana iniezione di finocchiosità allo stato puro.

Facevo ancora le medie, e, ogni giorno, rimanevo in trepidante attesa di fronte al numero dei fagioli (o erano ceci?). Mi accompagna durante il pranzo consumato da solo in salotto (mia madre era quasi sempre fuori per lavoro, oppure aveva già mangiato). Cercai pure di prendere la linea, ma non ci sono mai riuscito. Fu una delle mie prime delusioni esistenziali. Rivedo i costumi, il modo col quale Raffaella spostava la testa prendendo la cornetta (ancora oggi mi diverto ad imitarla quando rispondo al cellulare), l’enfasi di fronte ad una risposta giusta, il trashume rivestito di cazzeggio.

Mentre gli occhi mi luccicano, di fronte a questo tuffo nel passato catodico, capisco che è un altro mondo. Lo capisco guardando l’espressione di Allstarboy, che mi fissa come se fossi un marziano.

Però a me Pronto Raffaella manca proprio.

Mentos Rainbow, 7 gusti in uno.

January 10th, 2010

Immagine 641 by you.

Quando si tratta di caramelle sono un abitudinario tradizionalista: consumo esclusivamente Mentos, gusto frutti. Quelle alla menta, invece, mi stomacano. E, siccome quando viaggio in aereo ne consumo 1/2 pacchetti, devo variare. Non male quelle alla cannella. Mi ha positivamente colpito il nuovo prodotto della linea: le Rainbow, sette gusti alla frutta in un pacchetto.

Buona domenica. Oggi brunch in un posto nuovo, scoperto ieri a pranzo, in via Urbana.

Amsterdam/Arrivo.

January 2nd, 2010

La nottata scorre via veloce, troppo veloce. Defilati dalla festa di Capodanno, un’ora di viaggio per rientrare a casa, tra cane e ultimi preparativi per le valigie si va a nanna alle 2. Nel cuore della notte, poi, svegliati da un temporale. Il primo pensiero è per il volo, ovviamente. Mi immagino lampi e saette intorno alla nostra scatolina di metallo.

Ci accompagna C., arrivato puntuale - anzi, in anticipo di 10 minuti – sotto casa nostra. Il volo decolla alle 10.10. Scopriremo che siccome è il primo dell’anno, Aeroporti di Roma ha pensato bene di lasciare aperta solo la metà dei varchi per i controlli. Risultato: fila immonda, non degna di un aeroporto internazionale (sulla carta). Arriviamo alle 9.45, imbarco iniziato cinque minuti prima.

Amsterdam/Arrivo. by you.Amsterdam/Arrivo. by you.

La Transavia è senza dubbio una delle migliori low cost che abbia mai preso. A differenza di Ryan Air o Easyjet, all’atto della prenotazione non ti rifila la solita serie di tasse e sovrattasse: tipo, quella per la carta di credito, o per la prenotazione del posto. Con Transavia si hanno addirittura 20 chili di bagaglio da spedire a testa inclusi nel prezzo (circa 150 euro a persona). Unico elemento sconveniente: si atterra a Rotterdam, a circa 60 chilometri da Amsterdam. L’aereo è un Boeing 737-700, pieno per i due/terzi. Verde è il colore dominante, sulle poltrone sono disegnate delle emoticon, che fanno molto teen. Assistenti di volo sorridenti – è il primo dell’anno e non ti fanno pesare che sono là a lavorare. Quando arriviamo il comandante parlotta con loro, fuori dalla cabina. E’ un omone alto, un metro e novanta, biondo, sui cinquant’anni. Gli faccio gli auguri e, scherzando, gli dico di non correre troppo. Quando ci sediamo Allstarboy dirà la cosa che mi ronzerà in testa per tutto il volo: “Sembrava mezzo ubriaco dal Capodanno”. Il volo è ottimo: zero turbolenze, alla faccia della mappa allarmistica che ne segnalava in partenza. Cibo a pagamento – come su tutte le low cost. The al gelsomino (voglio provare a ridurre il caffè, magari il colon apprezza). Partiamo 10 minuti in ritardo, ma atterriamo cinque minuti in anticipo.

Amsterdam/Arrivo. by you.Amsterdam/Arrivo. by you.

La temperatura è polare. Sulle auto e ai lati dei marciapiedi c’è la neve. Quello di Rotterdam è un piccolo scalo, pavimenti in parquet, un unico rullo per ritirare i bagagli (arrivati meno di cinque minuti dopo l’ingresso nell’aerostazione). Si prende un autobus per la stazione centrale, e, da qui, un treno Intercity per Amsterdam. Vettura immacolata, poltrone comode, che neanche sulla nostra Alta Velocità.

Amsterdam/Arrivo. by you.Amsterdam/Arrivo. by you.Amsterdam/Arrivo. by you.

Il nostro hotel è un Radisson, in pieno centro, a meno di un chilometro dalla stazione centrale e pochi passi dal distretto a luci rosse e da piazza Dam, il cuore della città. Ci arriviamo a piedi, anche perché qui le distanze sono tutte relativamente ridotte. E’ in una strada silenziosa, accarezzata da un canale in parte ghiacciato. Ci svolazzano cigni e anatre. Stanza al quinto piano, silenziosissima. Prima giornata di riposo, tanto per capire dovechicosa siamo. Rimaniamo stupiti dalla presenza massiccia degli italiani. Generalmente li riconosci da come sono vestiti e da come urlano in strada. Altra cosa che ci colpisce è la pulizia delle strade: pessima. Sarà per via dei festeggiamenti di ieri o del fatto che oggi è festivo, ma ai bordi delle strade ci sono cumuli di rifiuti. Un river-lettore che vive ad Amsterdam mi ha detto che, in centro, mancano i cassonetti e che c’è la raccolta porta-a-porta. Tanta gente indossa degli strani berrettini per coprire anche le orecchie: vanno letteralmente a ruba, e fanno molto nordico. Io mi accontento del mio di “Constantine” (il film con Keanu Reeves).

Amsterdam/Arrivo. by you.Amsterdam/Arrivo. by you.

Buona notte blog.