Attenzione agli addebiti sospetti della Tre.
July 29th, 2008
Non mi capita spesso di indispettirmi per questioni economiche collegate ai cellulari. Fondamentalmente perché sono un pigro, e non ho la fantasia di mettermi a verificare conti e controconti. Ma stavolta è successo qualcosa di strano, che merita un approfondimento.
L’anno scorso passo dalla Wind alla Tre, sul mio telefonino non di lavoro. L’accordo prevede che, a fronte di un cellulare concesso in comodato d’uso, debba effettuare almeno una ricarica di 20 euro al mese. In caso contrario, mi sarebbe stata prelevata dal conto la somma necessaria a raggiungere i 20 euro mensili. Alcuni mesi fa, mi vengono prelevati dal conto 20,6 euro. Penso che non avrò ricaricato. In fondo uso questo telefonino molto poco, avendo un contratto con la Tim. La stessa cosa succede il 21 luglio: mi vengono prelevati altri 20,6 euro.

Chiamo la 3. L’operatrice fa una serie di controlli e scopre che il 24 giugno ho ricaricato di 10 euro. Sue testuali parole: “Allora non capisco perché le abbiamo addebitato questa cifra”. Non capisce, neanche lei, perché a fronte di 10 euro ricaricati, me ne abbiano addebitati 20,6. A norma di contratto (qui una copia) la Tre mi avrebbe dovuto addebitare solo 10 euro. Penso: è finita, hanno scoperto l’errore, e amen. E invece no. Siccome alla fine il cetriolo finisce sempre nel sedere del consumatore (in Italia), sono io a dover preparare un fax, con il mio estratto conto, e a doverlo mandare alla 3, chiedendo spiegazioni. Spiegazioni?
Viste le centinaia di migliaia di clienti, non è che la 3 ci stia facendo un po’ la cresta?
Affresco umano, in palestra.
July 23rd, 2008
N., personal trainer, magrolino, parlata delle parti di Matera, pantaloncini corti, bravo ragazzo, un po’ sempliciotto, forse; incuriosito dal mio bloggare; dal lavoro (le solite domande, niente di che); soddisfatto dei progressi./ Il ragazzo lento a fare qualsiasi cosa: a correre, a cambiarsi (ma perché fissa sempre i maschi ad altezza pene? Domanda retorica); suda e puzza; puzza e suda: circolo vizioso./Responsabile marketing di non so cosa nel mondo del cinema, amico della mia amica, fidanzato con la brutta copia gaya di Zac Efron; gira sempre col blackberry e t-shirt con slogan improbabili, tanto per farsi notare; guarda sempre i pischelli./Il deejay del Gayvillage, fisico ursino, barba fitta, ma gambe magrissime, e tatuaggi un po’ dove capita; quando ha completato un esercizio, va davanti allo specchio per valutare i risultati muscolari./La guardia del corpo-addetto alla sicurezza, con la maglietta blu e la scritta security; attore e fotomodello mancato, tra i pantaloni si agitano parti bene immaginabili; fissa poco./Il rasato etero che viene soprattutto per farsi vedere; faceva il filo ad una tipina tanto esile, poi sparita; negli spogliatoi l’ho sentito vantarsi del fatto che la stesse conquistando; scarpe non da palestra, unghie smangiucchiate; ultimamente si è tinto i capelli, di un biondo scuro; mi guardo, sapendo che lo guardo; penso che gli faccia piacere; però negli spogliatoi sta sempre attento a non farsi vedere là./Il fiorentino biondo 22enne, che vende il corpo, al miglior offerente; tatuaggio freedom sul braccio, fissa e poi si lamenta del fatto che la gente lo guardi molto; però ha dei bei piedi (visti mentre usciva in infradito)./ La ragazza col caschetto, sempre con lo stesso personal trainer; magra, magrissima: che ci fa? La aiuterà ad ingrassare?/Il 20enne che carica manubri e bilancieri all’inverosimile, suda, e non si fa mai la doccia; l’ho incontrato in metropolitana, direzione Anagnina; meravigliosi fantasmini bianchi./Il personal trainer che a lezione è cazzutissimo, e poi si lamenta sul rullo del comportamento dell’ex; l’analista gli ha consigliato di affrontarlo (lo dice urlando); ci salutiamo da poco; l’ho incrociato una sera al supermarket di Termini, accomunati dalla fame delle 22./Il brutto con la canottiera (sì, quella del nonno, bianca, senza maniche), i peli sulla schiena, i calzini in filo di scozia con l’elastico che ormai ha ceduto; guarda, ma non mi ispira neanche un saluto./L’avvelenato esibizionista si avventura nei bagni e, quando capita, si intrattiene in fugaci rapporti orali; se ne vanta, perché fa figo trombare dove capita/Il macropiselloide lo mette in modo che i suoi pantaloncini esaltino quella protuberanza, oggettivamente imponente./Il cassiere brasiliano, ci siamo parlati una sola volta, solo per litigare: io di mal umore, lui poco customer oriented; pazienza./La cassiera timida mora, l’ho vista una volta, alle 21.30, camminare tra gli strumenti per avvisare che la palestra stava per chiudere; aveva quasi paura di avvisare i sudanti; quella che mi saluta più spesso col sorriso (altri altri scoglionati: ve l’ho detto io di lavorare là?)./Il regista pelato, amico del personal trainer – quello con l’analista – che parla ad alta voce, tanto per far capire che domani ha un provino; cammina come Moira Orfei sui tacchi./Il pisellone timido, ha i capelli ricci, e appende, fuori dalla doccia, uno slip: appena esce se lo mette, facendo attenzione a non farsi vedere (io l’ho visto, da qui il soprannome)./Il pisellone fiero agita i suoi strumenti di convincemento e persuasione con estrema disinvoltura, sperando che il deejay del Gayvillage li noti (ma l’interesse non sembra reciproco); il massimo che la curiosità mi ha spinto a dire, è stato un complimento, meritato, su un’acqua rinfrescante che si spruzzava ovunque (non là) e che lasciava un odore di mughetto in giro per gli spogliatoi./Il bel studente universitario, direi ingegneria, un po’ pelosetto, tutto precisino, con l’Ipod infilato sul braccio: poi, negli spogliatoi, va a fare la doccia senza ciabatte, e pfui./Il blogger con gli esercizi da fare, sguardi da incrociare, storie da immaginare; di tanto in tanto si connette dal palmarino, ma solo per far passare il tempo; il lavoro aerobico si accompagna alla visione dei telegiornali o, al limite, di Veline./Il bel 38enne (esatto: né 35 e né 40), con delle cosce larghe da calciatore, senza peli; il pollice che sembra quello di mio padre; fa sempre ginnastica con la felpa; però non puzza./Il bello che non guarda nessuno, e ha gli occhi rovinati dalle occhiaie un po’ troppo pronunciate; non si lava neanche lui; andando via gli guardo sempre i polpacci, imponenti./Gli inseparabili sono due ragazzi, fanno spesso esercizi di scioglimento dei muscoli; vengono sempre insieme, e sono entrambi gay; uno mi guarda, l’altro no; hanno il fisico da ginnastica artistica./Il ballerino, fa tutte mosse strane, mima un balletto, alza la coscia e le braccia, tra gli sguardi incuriositi dai presenti muscoleggianti; è piatto, davanti; anche dietro, a dire il vero./Il brasiliano, in visita a Roma per un paio di mesi; sul suo profilo su gaydar ha scritto che vuole incontrare ragazzi più giovani di lui (lui di anni ne ha 23); parla solo con qualche altro brasiliano (è una lobby?); mi piacciono le sue t-shirt./L’attore biondo, è iscritto anche in un’altra palestra, perché fa figo; su myspace non gliene frega niente che si frequenti la stessa palestra; bello, sa di esserlo, e pensa che il mondo sia composto da gente infinitamente più brutta di lui./Il ragazzo con gli occhi verdi, i due piercing, uno sul sopracciglio, l’altro non ricordo bene dove sul viso; mani brutte, molto più anziane dei suoi anni; ci siamo parlati su msn, qualche volta; fa l’architetto, e pensa di essere più cool del gay medio./L’architetto con le belle mani mi capita sempre accanto quando sono sulla cyclette; legge sempre riviste di architettura, e parla con i soliti due, tre amici (etero)./Il mulatto magro sa che lo guardo, per curiosità, e non capisco se contraccambi perché si è stancato o perché boh; non sorride mai, e le attenzioni sono per le ragazze di passaggio./Il 40 e passa -enne, fa sempre ginnastica con una specie di preservativo nero della Nike sulla testa; forse serve per sudare, non so; o per nascondere la calvizie./La russa antipatica me la ritrovo sempre a fare gli esercizi alle gambe; e ogni volta, quando le chiedo se ci possiamo alternare, mi risponde “me ne manca uno solo”; l’ultima volta mi fa: “ma puoi usare anche l’altra macchina, è simile”./Il trio gay, ultraquarantenne, non si vede più da qualche tempo; rumoreggiavano spesso, commentando ad alta voce questo o quel ragazzo; invece di usare la palestra per abbattere le loro vistose protuberanze flaccide; uno dei tre, negli spogliatoi, ha attaccato pezza con la scusa che avevamo le stesse scarpe da ginnastica (originale, non c’è che dire)./
Trastevereggiando.
July 20th, 2008

Gente, come non ne vedevo da anni. Colpa della festa della Madonna de’ Noantri. Gente che beve. Mangia. Rumoreggia. Si struscia nei vicoli saturi di jeans/magliette/scarpe con calzini bianchi/sigarette. Guarda. Saluta. Urla. Fuma spinelli. Odore di carne profumata si confonde con quello di sudore di una serata umida e ad alto tasso alcolico. Trovare un buco in un pub è quasi impossibile. Orde di ragazzi - la ratio uomini donne è 4:1 - si accalcano davanti ai locali, bicchiere di plastica alla mano. Riconosco un mio ex compagno di università, grande cicatrice sulla guancia. E’ di schiena, niente saluti. Ho la stessa curiosità di mio cugino, mentre cambia l’oggetto dei nostri sguardi. Alla fine ci infiliamo in un locale, con due coppie sedute su cuscini piazzati in una vetrina. Mi sorbisco il secondo cocktail analcolico della serata - il primo, alcune ore prima, a piazza Mazzini. P. fa il fighetto col suo Iphone. Tecnologicamente challenging, ma poco funzionale.


Si torna a casa. Prima di mettermi a letto un amico mi avvisa che a piazza Venezia i carabinieri stanno facendo dei rilievi. Si scoprirà che un padre ha sbattuto violentemente la testa della figlia di 4 anni contro il marmo. Lo hanno arrestato.

Spese alcoliche e analcoliche.
July 20th, 2008

La visita al supermarket, per mio cugino 22enne, non serve tanto a comprare da mangiare. A quello ci pensa la fidanzata. Lui è il responsabile dell’alcool. Ormai conosce il reparto a menadito. Però si sta contenendo, per fortuna. Anche se quando usciamo la sera - seguirà post - il fegato è messo a dura prova.

Il mio carrello, invece, è un inno agli astemi ![]()
Frugando nel passato.
July 12th, 2008
Metti una sera in cui vuoi sfogliare l’album dei ricordi. Prendi la scala, e inizi a tirare fuori le scatole del passato. Grigie, di cartone, comprate da Ikea per non disperdere scatti, parole e oggetti. Ce n’è una particolarmente pesante. Porta il peso dell’anno vissuto a Los Angeles, la relazione con B., le poesie che scrivevo al liceo per Vanessa. E poi c’è un foglio. E’ stato strappato da un quadernone a righe. E’ un elenco di nomi di ragazzi e ragazze, il loro indirizzo, il telefono di casa. Niente email e cellulare. L’anno è il 1992, e il mondo era ancora infinitamente grande a causa dell’assenza di internet. Quella fu l’estate della mia prima vacanza studio all’estero. Fino ad allora partivo sempre coi miei genitori. Ma da maggiorenne era ora di darci un taglio. La maturità era dietro di me. La destinazione prescelta era un college di Wimbledon. Io scelsi di alloggiare in famiglia, ma alla fine me ne pentii, anche perché trascorrevo giornate e serate con gli altri ragazzi e ragazze. La sera tardi si chiamava un taxi e si tornava in famiglia. Sfoglio i ricordi legati ad ogni nome. Il bel turco Emir, mio coetaneo. Capelli neri, un dente spaccato, sorriso di quelli che disarmerebbero qualsiasi persona. Il suo inglese non era buono, ma ci si arrangiava come si poteva, tra una partita a ping pong, una passeggiata nel parco, oppure organizzando un pasta-party: pentoloni enormi per sfamare italiani e stranieri. Poi c’era Alessandro, classico bravo ragazzo, sardo, capelli corti, rasati. Lo vedevi e capivi che di lui ti potevi fidare. Due sorelle di Erba, educatissime e posatissime. Due amiche di Sassari, delle quali ricordo la risata fragorosa. E Barbara. Capelli neri, lunghi, aveva 10 anni più di me, ed era fidanzata con un ragazzo di 10 anni più grande di lui. Un uomo, rispetto a quel pischello che aveva appena iniziato ad esplorare il mondo. Ci baciammo, appassionatamente, dopo esserci accarezzati e coccolati per giorni interi. Lei era di Pandino, in provincia di Cremona. Non l’avrei più rivista o sentita. Il telefono è una grande barriera all’interazione, soprattutto quando si vive lontani. Non so cosa sarebbe successo se avessimo avuto, tutti, un’email. Forse niente. Perché queste vacanze sono dei piccoli sogni di tre settimane, spesso destinati a non ripetersi. Nomi, cose, situazioni, fatti unici, rinchiusi tra due parentesi, ermeticamente. Quando tornavo a Roma, passavo le prime serate a piangere. Non solo perché il rientro nella gabbia dorata che era la mia casa genitoriale era soffocante. Ma perché sapevo che il ciao col quale avevamo accompagnato i nostri abbracci era in realtà un addio.
Ho preso quel foglio in mano e ho iniziato a cercare, su myspace e google. Barbara non esiste, in nessun luogo. Ora che ci penso avrà quasi 45 anni. Ritrovo Emir. Gli scrivo. Mi risponde. E’ sposato, da due anni. Ha un bambino di 9 mesi. “Sono più grasso, e ho meno capelli”, è la sintesi del tempo che passa. “I was in Wimbledon with my couisin. How are you since then? Hope everything is fine. I married two years ago and have son of 9 months age:)) Are you in contact with the others? I remember Alessandro, the big Juventus fan! Also Roberta, Remo and MariaChiara. Greetings to all friends from Istanbul. Ciao”. Anche Alessandro risponde ad una mia email. Si ricorda ancora di me. Ora vive ad Oxford, dove lavora.
Malinconia. Il passato dovrebbe essere lasciato al suo posto, nella scatola grigia dei ricordi.
Gayvillage, considerazioni sparse.
July 5th, 2008

Sì: La location (addio auto che sfrecciano sulla via Colombo, davanti all’ingresso, col rischio di investire qualcuno); il prato con sedie, lontano dalla musica, per chi vuole chiacchierare o limonare; lo spazio, ridotto rispetto all’anno scorso, ma meno dispersivo; lo stand con i dolci (mangiato cannolo alla crema); l’entrata spaziosa (anche se non c’è gusto a entrare con l’accredito quando non c’è la fila :O); la security, davvero accurata, piazzata in ogni uscita, e nelle zone strategiche (è uno dei capitoli di spesa più rilevanti del Village); l’alto tasso di coppie eterosessuali, segno che quello non è il solito “ghetto”; Vincenzo Mingolla dal vivo rende meglio.


No: I parcheggiatori abusivi che infestano la zona, un vero cancro per questa città; il parco che circonda il village, trasformato in luogo di acchiappo e di accoppiamento carnale (oltre alla rinomata area intorno a Palombini); l’allestimento, preparato in fretta e con minore cura rispetto agli anni scorsi (i grossi cubi luminosi sembrano sparati là a casaccio); lo stand con le slot machine, di una tristezza unica, anche perché era sempre deserto; in alcuni punti l’illuminazione era pari a quella di una dark room.
Anonimi/ Simpaticamente e in coppia.
July 5th, 2008


Duplice incontro da “segnalare”, ieri sera. Il primo, al giapponese Zen Sushi - si segnala litigata con cassiera, dopo attesa 40 minuti per sushi bar (e, per quanto mi riguarda, sarà l’ultima volta che ci andrò senza prenotazione). Un ragazzo che devo aver visto da qualche parte, in televisione. Il mio compagno di serata sostiene “Uomini e donne”. Poi in via del Corso, direzione Gayvillage, una simpatica coppia di giovani stranieri, in difficoltà con la mappa, di fronte alla nostra auto ferma - per scattare la foto - ci saluta.

Se gli ebrei hanno paura di mostrare la kippah (a Roma).
July 4th, 2008

Alcune sere fa, riflettevo con alcuni amici ebrei sul fatto che a Roma non si sentano sempre sicuri a camminare in strada con la kippah, il tradizionale copricapo ebraico. Non è solo la paura di andare incontro a sgradevoli incontri – per fortuna sempre più rari – con qualche testa calda antisemita. No. E’ piuttosto per evitare quella sgradevole sensazione di sentirsi gli occhi puntati addosso. Per non so quale oscuro motivo, c’è un pudore, più o meno inconscio, che impedisce loro di esibire i segni del loro essere ebrei. E’ strano, perché il senso di appartenenza alla comunità, religiosa e sociale, è molto forte. A Roma, la kippah si vede solo in occasione delle cerimonie religiose, quasi sempre nel ghetto (a proposito: il termine ‘ghetto’ è evocativo di un passato di reclusione; perché non parlare semplicemente di ‘quartiere’?). Un paio di settimane fa l’ho vista indosso ad un uomo, in via Nazionale. Era un turista. A Los Angeles gli ebrei con la kippah si vedevano anche in luoghi non religiosi: al supermarket, nei parchi, leggendo un libro in un cafè di Santa Monica Boulevard. E’ di pochi giorni fa la notizia di un ebreo, massacrato di botte a Parigi, perché sorpreso con la kippah.
Non credo che Roma sia una città antisemita. Non lo è a livello di dichiarazioni ufficiali, dalla destra alla sinistra, anche se a volte, nel chiuso di una stanza ho sentito commenti e battute molto poco politically correct. Però ho come l’impressione che ci sia qualcosa in comune agli sguardi che accompagnano un uomo con la kippah e quelli che scrutano i gay radunati sulla Gay Street del Colosseo.
Fenomenologia della passeggiata canina.
July 3rd, 2008
Minimo sindacale: Quando si vede che, alzando la coscina, non esce più niente (battuta di M.: “Ora gli serve un Carioca per marcare il territorio”); e quando ha fatto almeno una pupù: si torna a casa.
Sportivo: quello che il cane se lo porta a correre a Villa Borghese o Villa Ada. E gli fa fare pipì e popò tra una sosta alla fontanella e un semaforo rosso.
Abitudinario: il giro del palazzo è il suo percorso preferito. Conosce a menadito gli alberi che attirano il cane. Nei due/tre punti prestabiliti sgancia i rifiuti solidi organici.
Ansioso: Il cane non è incontinente. È il padrone ad esserlo, nella sua convinzione che tre ore siano troppe per il povero bubu. E quindi su e giù, anche solo per uno schizzetto di pipì.
Asociale: Nella sua personalissima cosmogonia, la sua creatura è una potenziale vittima degli altri quadrupedi. E, quindi, meglio tenerlo alla larga da quei cagnacci brutti e pelosi. Quando ti vedono arrivare col tuo cane, loro cambiano strada. Se siete vicini, ti chiedono di tenerlo stretto – anche se stai girando con un labrador-babà. Se per sbaglio il tuo cane lo annusa, iniziano a temere che possa montarlo/a.
L’incosciente: a che serve il guinzaglio? La museruola? Un inutile fardello. Nessuno sa dominare i cani meglio di lui, e quindi al suo “alt” il cane dovrebbe fermarsi. Si crede un addestratore, e ha la pretesa di saper governare ogni suo istinto, sessuale e aggressivo. Poi quando succede qualcosa di brutto, è sempre colpa del cane altrui.
Tel Aviv+Gerusalemme.
June 20th, 2008
Visto che i prezzi degli aerei stanno lievitando di ora in ora, mi sono messo davanti al pc e iniziato a pensare alle vacanze. Preso l’atlante, ho sfogliato un po’ di Paesi, e ho scelto Israele. Si parte la terza settimana di agosto, destinazione Tel Aviv. Con Alitalia (720 euro, tasse incluse). La El-Al, che ero curioso di provare, era inavvicinabile. Prossimamente sceglierò l’hotel.
Tel Aviv e Gerusalemme sono due tesori da scoprire. Ora in libreria a comprare la Lonely Planet.
Air conditioning, I love you.
June 19th, 2008
L’aria condizionata si ama o si odia. Non ho mai conosciuto persone che rappresentassero una normale via di mezzo. Io appartengo a quanti hanno quasi un rapporto feticistico col proprio condizionatore. Me ne prendo cura – ehm, salvo quando mi scordo di far cambiare i filtri – e alla prima e ultima accensione stagionale lo ringrazio per il lavoro svolto. Lavoro egregio, visto che senza aria io non riuscirei a campare. Un bel problema, perché se ogni appartamento installerà un condizionatore, siamo destinati a prosciugare in fretta le nostre risorse elettriche. Ma tant’è. Quando vivevo con i miei genitori - che non ne volevano sapere di un impianto - mi comprai il primo Pinguino da camera: lo pagai 1.800.000 lire, una cifra consistente per l’epoca. Ormai i prezzi sono molto più accessibili. Chi odia il condizionatore, è un po’ come quelle persone che non sopportano il fumo: si alzano dal tavolo se il vicino – anche all’esterno – si accende una sigaretta; protestano col titolare del locale se l’areazione è cattiva; insomma: diventano dei petulanti attaccabrighe. Per me un ristorante senza aria è un posto dove non andrò mai. La convivenza tra chi ama e odia il condizionatore è complicata. In genere vince la carica più alta: se il capo decide che si lavora al fresco, quella decisione non si contesta. Del resto non ci sono molte opzioni: non è possibile creare stanze non-condizionate, men che mai aprire le finestre: il caldo finirebbe con l’invadere lo spazio refrigerato. Quelli che non tollero sono i tassisti freddolosi: hanno una bella auto, ma viaggiano, anche il 15 agosto, con l’aria spenta e i finestrini abbassati. L’ultimo oggi pomeriggio: dovevo spostarmi sul sedile a seconda dell’inclinazione del sole, sopportando il vento calda in faccia. Avrei voluto chiedere lo sconto-sudata. A casa non ho molti problemi: appena rientro dal lavoro si accende. E’ nel salotto, non nella camera da letto: questo perché sei anni fa mi presi una bronchite, e il medico mi sconsigliò dal tenere l’aria nella stessa stanza del letto. D’estate, comunque, dormo col piumone: mi piace respirare il fresco. Con i suoi 18mila Btu, il nuovo condizionatore è molto potente: raffredda tutta la casa. Anche il cane la adora: rinuncia a dormire, come fa sempre, ai piedi del letto, per piazzarsi in salotto, poco distante dal getto. Quando ho vissuto in America, mi sono trovato di fronte a dei veri e propri eccessi. In palestra, tanto per fare un esempio, si facevano gli esercizi con la felpa, anche d’estate: il sudore non aveva neanche il tempo di formarsi, tanto faceva freddo. Ma il condizionatore è civilmente igienico: è anti-puzze, nel senso che evita l’effetto sudorazione da metropolitana.
L’aria condizionata è stata una delle più belle invenzioni del genere umano.
Il tartaro se n’è andato.
June 11th, 2008

Ora consegna cane: 12.45.
Conclusione intervento: ignota.
Ora ritiro cane: 15.50 (dopo che il veterinario mi ha chiamato per dirmi che abbaiava in continuazione).
Esito intervento: denti puliti, gengive un po’ irritate.
Lui è fiacco. Quando mi siedo per pagare (180 eu), si appoggia col muso sulla coscia, tra le mie gambe. Per salire in auto lo devo spingere sul sedere. A un semaforo, quando freno, cade dal sedile. Le analisi del sangue sono andate benino: ha le transaminasi un po’ alte, ma per il veterinario dipende dall’età
In sala d’attesa parlo con una signora che tiene in braccio una cagnetta nera, come fosse un neonato. Le accarezza la zampina. Ha un tumore. E’ là per farsi togliere i punti, dopo il quinto intervento. E’ un tumore che attacca tutto il corpo. “Ma ora ho deciso di non operarla più, ha sofferto troppo”.
Non so come reagirò quando si ammalerà sul serio.
Parcheggi canini.
June 8th, 2008

Parcheggio l’auto alle 21.30 per appuntamento al giappo di via degli Scipioni (lo Zen Sushi). Davanti a me, in una Fiat Uno con i finestrini abbassati, un cane lupo dagli occhi tristi. Penso che l’abbiano parcheggiata là per poco tempo. Finita cena, alle 23, il cane è sempre là. Non mi sono azzardato ad infilare la mano, ma la tentazione è stata forte. Gli occhioni mi hanno fissato mentre mi allontanavo verso la mia auto.
Ordine consegnato.
June 5th, 2008


A tre giorni dalla comunicazione di invio del mio ordine, le polo di Abercrombie sono arrivate. Spese doganali come previsto (25% del prezzo totale): 94 euro. Gli slip sono meravigliosamente contenuti in una scatolina di cartone rigido.








