Colonia/Il “Mezzo mix” che da noi non c’è.
January 8th, 2010

Le scelte di marketing strategico delle grandi multinazionali mi hanno sempre incuriosito, soprattutto quando, a mio avviso, sembrano essere relativamente miopi. A volte vorrei capire cosa c’è dietro – tanto per fare un esempio – alla mancata apertura in Italia di negozi Starbucks. Oppure alla mancata commercializzazione dalle nostre parti, del “Mezzo Mix”. Scoperto duranta una cena, assomiglia ad un mix di Coca Cola e Fanta. Viene prodotto dalla Coca-Cola Company ed è venduto esclusivamente in Germania, Svizzera e Austria. Il suo slogan è chiaro: “La Cola bacia l’arancia”. Una sorta di Coca-Cola al gusto arancia. Non è neanche troppo recente, visto che nasce negli anni Novanta. Dal 2007 c’è anche un Mezzo Mix Zero.
Ecco, vorrei capire: le lingue italiane non sono state giudicate abbastanza “ricettive” verso il sapore in questione?
E con questo interrogativo me ne andrei a letto, dopo festa di compleanno in un Hard Rock Café particolarmente caldo.
Buona notte blog.
Colonia/Sul de-icing e gli assistenti di volo allarmistici.
January 8th, 2010

Partenza mattutina accompagnata da una meravigliosa nevicata che, ovviamente, non poteva non stimolare e mettere a dura prova tutte le mie paranoie pre-volo. Ma il pensare che in Germania nevichi spesso (ergo: gli aerei decolanno spesso sfidando gli infimi fiocchetti di neve), mi ha tranquillizzato. Come avviene in questi casi, l’aereo è stato sottoposto al de-icing (foto sopra). Un omino, nelle cui mani era il destino di un centinaio di passeggeri, spruzza un liquido sulle ali che scioglie neve e ghiaccio. Procedura brevemente accennata dal comandante, che così la giustificava: “per garantirivi una partenza sicuri”. Già, sicuri. La German Wings è un’altra low cost, che sta dando del filo da torcere alla Lufthansa. Esiste da 7 anni, e i suoi prezzi sono imbattibili. Sedili in pelle, assistenti di voli gentilissimi, aerei nuovi. Confesso di non amare l’unico modello usato dalla compagnia: l’Airbus A319, tra i più piccoli della famiglia degli Airbus (ne hanno in dotazione 23). Inizio a sentirmi psicologicamente tranquillo dal’Airbus 321 in poi. Vedendo la neve, sono andato a farmi la solita chiacchierata di rito con il capocabina, tanto per sincerarmi delle condizioni lungo la rotta. Siccome lo vedevo entrare ed uscire dalla cabina, subito dopo il decollo, e non iniziando a servire snack e bibite, ho pensato che stessero aspettando qualche turbolenza. Il capocabina è un 35enne biondo tinto, stempiato, vagamente gay e sculettante, che quando apre le tendine sembra Lady Gaga che sobriamente esce sul palco. “Sì, avremo delle turbolenze, passando sulle Alpi”, mi dice perentorio, ma col sorriso. Non ci vuole uno psicologo per capire che quando si è davanti ad un passeggero con la paura di volare, bisogna essere onesti, ma con tatto. Insomma, la parola turbolenza può essere sostituita da “correnti” e così via. Generalmente, mi sono sempre trovato di fronte ad hostess che “minimizzavano” quello che sarebbe successo durante il volo. Ma il ragazzo in questione insiste, e mi ripete quella che per me è la litania delle Alpi: “Le correnti calde si scontrano con quelle fredde, ed ecco le turbolenze. Succede sempre sulle Alpi. Comunque stia tranquillo, questo aereo sopporta ogni genere di sollecitazioni”. “Tesoro, le so queste banalità”, penso tra me e me. Morale della favoletta: Passiamo le alpi e non c’è l’ombra della minima turbolenza. Anzi: il capitano parla e ci dà alcune informazioni sulla rotta. Il segnale di cinture di sicurezza allacciate non viene acceso neanche una volta. Penso che il signorino in questione si sia divertito a giocherellare miei nervi. Al povero Allstarboy il compito di sorbirsi la mia mano, che, dopo circa un’ora, ha iniziato a sudicchiare. Atterraggio un po’ ventoso, ma soft.
Roma, 14 gradi. E anche la pioggia mi par meravigliosa, quasi calda.
Colonia/Scatti misti.
January 8th, 2010

Anche in questo caso, scatti randomici, senza filo logico. Unico filo conduttore: il freddo. Davvero insopportabile, peggio che ad Amsterdam. Di giorno punte di -2°. La sera intorno ai -10°. Alle 21 le strade erano già deserte. E’ in questi momenti che apprezzo il clima mite mediterraneo.
Colonia/Delizie gastronomiche.
January 8th, 2010
Il leit motif di questa vacanza è stato sicuramente il mangiare. Ad Allstarboy ho imposto – circa – di assaggiare ogni giorno un piatto diverso, di cui non aveva mai sentito parlare (incluse le detestabilissime aringhe). La cucina tedesca mi appassiona di più, soprattutto dal punto di vista dei dolci.
La classifica delle schifezze che più abbiamo apprezzato:

1) Currywurst mit pommes frites: si consuma rigorosamente in piedi, nei chioschetti in giro per la città (il nostro è dietro a Neumarkt, punto di snodo di tram e piazza centrale). La salsa al curry deve avere qualche trademark non esportabile, perché come la mangio qui non l’ho mai trovata da nessuna parte. Ti fa dimenticare anche i -5° esterni (senza neve). Un giorno abbiamo preso porzione doppia.

2) I berliner. Mitici bombolotti, preferibilmente alla marmellata. Vetrine piene di queste meravigliose bombe (ma che, con le bombe italiane, non hanno nulla a che vedere), sempre freschissime, con un impasto morbidoso, e cheap (due ad un euro).
3) Wienerschnitzel con cipolle al forno e bratkartoffeln: una sorta di cotoletta alla milanese, con queste patate dal taglio e dalla cottura made in Germany. Ogni imitazione al di là dei confini germanici si è rivelata fallimentare.
4) Pfannkuchen: una sorta di crepes, più cicciotta. Mangiata all’Hilton, cucinata all’istante da cuoco che prendeva ordinazioni dietro al bancone. Con zucchero oppure sciroppo d’acero o miele.
5) Mohnstreusel kuchen: tortino con una sorta di “sesamo nero” (non saprei come tradurlo). Burrosa all’inverosimile.
6) Le patatine fritte: non c’è niente da fare, come le mangio in Germania, non le trovo da nessuna parte. Forse perché nei chioschetti le sfornano in continuazione. Ma non c’è niente di più buono di una patatina tedesca immersa nella mayonese.
Un grande rimpianto: non essere riuscito a far assaggiare ad Allstarboy il Bienenstich: dolce con uno strato di mandorle glassate, sopra, con sotto una crema bianca (via di mezzo tra crema normale e panna). Eravamo saturi di dolci.
Amsterdam-Colonia/Sugli ICE.
January 8th, 2010

L’acronimo è ICE, e indica gli InterCityExpress: treni ad alta velocità, impiegati sia per i collegamenti all’interno della Germania, che a livello internazionale. Sono ovviamente più cari di quelli tradizionali, ma su alcune tratte hanno l’”esclusiva”: tra Amsterdam e Colonia non abbiamo trovato altre opzioni. Per prenotarli – ad Amsterdam – si può ricorrere alle macchinette in stazione, più economiche degli sportelli con persone in carne ed ossa (ma non accettano pagamenti in contanti). Il capotreno – che sui nostri treni ha il suo scompartimento e amen – gestisce una sorta di punto informazioni, tramite il quale fornisce indicazioni sulle corrispondenze e su eventuali problemi sulla rete ferroviaria. Colpito soprattutto dalla pulizia (bagni inclusi) e dalle rifiniture in legno. Il treno sul quale viaggiavamo pareva nuovo di zecca: invece, come ci ha spiegato il capotreno, è stato consegnato nel 2002.
Amsterdam/Scatti misti/2.
January 6th, 2010

Le ultime dalla città. Oggi pomeriggio si parte, andiamo due giorni a Colonia, e poi aereo da là. Festa di un collega, ne approfitto per allungare le ferie. Andremo con l’Alta Velocità internazionale (Ice): Amsterdam-Colonia, due ore e mezzo di treno per 220 Km (58 euro la seconda classe, il 30% in più la prima). Ah, per la cronaca: tutto innevato, ma, chissà come mai, i treni non si sono fermati e la circolazione è regolare, ovunque. Sbaglio o durante i disagi della fine di dicembre, l’Ad di Ferrovie, Moretti, aveva sostenuto che quando nevica i disagi ci sono in tutta Europa?
Amsterdam/Scatti misti/1.
January 6th, 2010
Amsterdam/Chicche gastronomiche.
January 5th, 2010
Per mangiare bene ad Amsterdam: regola numero 1, evitare la zona di piazza Dam; regola numero 2, evitare i posti che espongono menù “all inclusive”; regola numero 3, evitare i posti con accalappiapersone sull’uscio.




Abbiamo trovato due ristoranti, di cui andiamo molto fieri. Il primo ci è stato segnalato da un river-lettore che vive ad Amsterdam da qualche tempo, e che ha voluto condividere con noi alcune dritte (grazie Djinn!). Si chiama “Moeders“ e offre cucina tipica olandese. Come suggerisce il nome, è dedicato alle mamme di tutto il mondo. All’interno, le pareti sono tappezzate di foto di madri (amiche, amiche di amici, oppure portate da clienti); sui davanzali ci sono scatti incorniciati, alcuni con le dediche dei figli. Un po’ inquietante, se si pensa che alcune di quelle donne sono morte. Le posate, i bicchieri e le pentole che vengono portate ai tavoli non sono coordinate, perché “donate” da chi ha preso parte all’inaugurazione del posto. Il piatto forte – su cui abbiamo subito puntato – si chiama Hollandse Rijsttafel ed è una combinazione di portate tipiche olandesi. Lo staff è interamente femminile, e molto gentile. Prezzi contenuti (in due, circa 55 euro, senza vini). Foto sopra.
Il secondo ristorante si chiama De Blauwe Hollander, è una nostra scoperta, molto casuale. Dopo aver navigato per le stradine di Leidseplein – zona di divertimento by night, purtroppo infestati dai soliti truzzi italioti - abbiamo puntato questa piccola verandina. Locale minuscolo, menù non ricchissimo (due sole portate principali a base di pesce), ma atmosfera soft e tranquilla. Consiglio di prenotare il tavolo alla finestra (è da 4, ma facendo un po’ le fusa, lo danno anche alle coppie). Anche qui siamo rimasti colpiti dalla gentilezza del personale (se penso ai nostri camerieri e al loro modo rozzo di trattare gli stranieri…). Prezzi come sopra, forse poco più cari. Deliziose le caramelline che accompagnano il conto. Foto sotto.



Per il resto, abbiamo seguito una regola abbastanza intuitiva: siamo entrati in posti nei quali riconoscevamo una maggioranza di olandesi. E non siamo rimasti delusi (come si puo’ rimaner male di fronte ad un sandwich saturo di salmone, mayonese e cetrioli?).
Amsterdam/Tram power.
January 5th, 2010
Andare all’estero e parlare bene dei trasporti pubblici altrui è banalmente provinciale (un po’ come lamentarsi dell’assenza del bidet: fuori diventano tutti più puliti, pure gli zozzoni). Sarò breve: rete tranviaria efficientissima; passaggi dei tram annunciati alle fermate su un display (preciso al secondo); vetture pulite e riscaldate; l’autista fa anche da bigliettaio (ma, oltre a lui, c’è una persona, al centro della vettura, che si occupa dei biglietti); non c’è mai ressa, anche nelle giornate e negli orari di punta (ma magari siamo stati fortunati). Un biglietto, valido per un’ora, viene 2.60 (lo si passa davanti ad un lettore salendo e scendendo: parlano di “check in” e “check out”).


(nel video sopra, il brevissimo tragitto da piazza Dam alla stazione centrale).
Amsterdam/La scala dei falli.
January 5th, 2010

Condomerie, su Warmoesstraat, è ormai una piccola istituzione e si autodefinisce “il primo negozio, a livello mondiale, specializzato nella vendita dei condom”. Esposta in vetrina, una interessante scala con le varie grandezze disponibili: si parte dalla massima, a sinistra, 23,6 centimetri, fino alla minima di 8,9 centimetri. Classificazione che viene sviluppata ulteriormente sul sito, dove sono disponibili anche le varie larghezze. Le misure si riferiscono ai condom: ovvio che un condom di 23 centimetri riesca a contenerne uno di 25 (circa).
P.s. Ieri sera, Warmoesstraat - che, per la cronaca, è dietro piazza Dam – si presentava come una discarica a cielo aperto. Cumuli di rifiuti, davvero impressionanti. Un gruppetto di italiani commentava una loro visita, qualche anno fa, sottolineando come allora la città fosse molto più pulita.
Amsterdam/Sulla “privacy” e l’abbigliamento.
January 4th, 2010
Di Amsterdam, nel suo complesso, scriverò a dovere una volta masticate bene le sensazioni della mia permanenza qui. Intanto due cose che davvero mi stanno colpendo.

1) Le case sono basse. Tremendamente basse. Le finestre enormi. Quelle del piano terra arrivano praticamente a terra. A ciò si aggiunga il fatto che, a quanto pare, gli olandesi: a) Non amano le tende; b) Amano farsi vedere dagli sconosciuti. Dietro al nostro hotel, sulla centralissima Rusland, c’erano un paio di “vicini” davvero singolari (che nulla avevano a che vedere con le signorine del quartiere a luci rosse). Una mattina si erano appena svegliati quelli del piano terra: il letto era alla finestra, lui (un ragazzo di colore sui 30 anni) era nell’angolo cottura, poco distante; la fidanzata (quello che sembrava esserlo) era ancora sul letto. Tende ovviamente aperte. Al nostro passaggio, il ragazzo di colore, stupito forse dai nostri volti pietrificati, ci ha simpaticamente salutati. Situazione analoga in un primo piano: anche qui c’era una coppia, tra i 25 e i 30 anni. Lui doveva come minimo essere un rugbysta. Un giorno, camminando sotto la finestra, lo abbiamo visto in boxer, cosce in vista, alla finestra. Oggi (vedi foto sopra) era sdraiato sul letto, sempre in boxer.

2) Non importa quanto freddo faccia: ci sarà sempre qualche pazzo residente che girerà in t-shirt. Esatto. Non parlo di quelli che vanno in giro in giacca e cravatta (che per me rappresenta già una bestemmia; il river-look consiste, oltre al solito maglione, guanti, sciarpa, berretto, in t-shirt aggiuntiva e pantalone di flanella sotto al pantalone normale). E invece loro no: il freddo, a quanto pare, è uno stato fisico di cui ignorano l’esistenza.
Oggi tappa in farmacia: pasticche per il mal di gola e aspirina. Il freddo si sta facendo sentire. Le istruzioni sono in olandese, particolare di cui mi sono reso conto solo dopo essere arrivato in hotel. Dietro al bancone c’erano due signorine, niente camice bianco (esisterà la figura del farmacista?). L’inglese pare essere la seconda lingua, quasi tutti lo parlano – anche bene.
Amsterdam/Nella casa di Anna Frank.
January 4th, 2010


E’ la casa nella quale Anna Frank e la famiglia ebrea si nascose, sperando di non finire nella rete della follia antisemita nazista. Ricostruita, è priva di mobili: così volle Otto Frank, il padre, che acconsentì alla trasformazione dell’alloggio in museo. Anna rivive nelle parole del papà e dei dipendenti che lavoravano nel magazzino al piano sottostante (“Opekta” il nome della ditta di Otto), le cui voci sono riprodotte in alcuni video all’interno di alcune sale. Le tende sono chiuse, a ricreare l’atmosfera nella quale vivevano i clandestini, costretti a vivere nascosti, per paura di essere catturati dai nazisti. Colpevoli di una sola cosa: essere ebrei. Alla fine, finiranno nelle mani dei nazisti, grazie ad uno “spione” che li ha avvisati della presenza di quei clandestini. Uno spione cui la Storia non è mai riuscita a dare un nome.


Emozionante ed educativo, una tappa obbligata per tutti, a cominciare dai giovanissimi, che della Shoah hanno letto solo sui libri. Vengono mostrati anche alcuni video girati ad Auschwitz, subito dopo la liberazione dei prigionieri. Pubblico misto, gli italiani sembrano essere gradualmente rientrati in Italia; molti americani. Uscendo, il libro delle dediche. “Per non dimenticare” (dopo aver scattato la foto ho aggiunto un “Mai”. La Memoria è ciò che renderà più difficile il ripetersi di tali orrori).


Amsterdam/La nevicata a piazza Dam.
January 4th, 2010
E’ la piazza centrale di Amsterdam, una delle più “cartolineggiate”. Sicuramente piazza Dam è quella che mi è piaciuta di meno. Non solo per i turisti rumoreggianti (e, ovviamente, canneggianti), ma perché è poco “raccolta”, e, con la divisione al centro da parte della linea tranviaria, poco “omogenea”. Comunque: oggi alle 15.10, rientrando dal museo Van Gogh e da pranzo, ecco la nevicata. La più “seria” da quando siamo arrivati.
Amsterdam/Allo zoo.
January 3rd, 2010


L’Artis è il più antico zoo dell’Olanda: è stato fondato nel 1838. Dieci minuti di tram da piazza Dam, si sviluppa su una superficie di 14 ettari e conta su 700 specie di animali. Quando arriviamo alla cassa (18,50 euro il biglietto), io e Allstarboy siamo circondati da bambini (con genitori). Poco importa, anche perché lo zoo, stamattina, è stato un ripiego: la fila per il Van Gogh Museum era davvero impressionante (problema risolto, abbiamo comprato i biglietti in un punto turistico: domani niente fila). Solo gli animali più pericolosi sono all’interno delle gabbie, che sono ridotte al minimo: leoni e tigri vivono in una zona delimitata da un fiumiciattolo; alcuni uccelli se ne svolazzano tranquillamente tra la gente. Molto suggestivo visitarlo ricoperto di neve (ma gli animali non sentono freddo?). Gli stagni di anatre, papere, cigni e pinguini erano completamente ghiacciati. Abbiamo fatto due pit-stop nelle caffetterie. L’acquario è il secondo in grandezza, dopo quello di Berlino: risale al XIX secolo.

Lo scorso 25 dicembre è morta Tanja, ippopotamo 49enne e, a quanto pare, era diventata un’istituzione: in un punto, dietro la sua gabbia, decine di bambini hanno depositato disegni e ricordini, ma anche fiori, e tutto per ricordarla.

Amsterdam/Il museo del sesso.
January 3rd, 2010

Sulla centralissima via Damrak si trova il “folkloristico” museo del sesso. Aperto nel 1985, espone una raccolta dei proprietari, che hanno voluto condividere oggetti e foto storiche. Il problema principale di questo posto è l’assenza di un percorso storico, di un ordine cronologico col quale seguire i vari scatti in bianco e nero (alcuni davvero una rarità: a cominciare dalle prime foto gay di fine Ottocento) e le varie riproduzioni di falli (una, notevole, risale all’epoca della pietra). Per non parlare delle statue kitschissime in cartapesta – tipo quelle che si trovano nei Luna Park – che, qua e là, riproduno degli amplessi (salendo le scale del primo piano si viene salutati da un ano che soffia aria).

Ah, comunque il filo conduttore della fallogrofia mondiale storica è sempre quello: il Dio fallo deve essere lungo e largo (da vedere quello costruito dai romani, un inno alle dotazioni massicce).





