Abituarsi alle meteore.

February 18th, 2015

Ne ho incontrate tante. Alcune non hanno bussato alla mia porta. Sono entrate e basta. E se ne sono andate, lasciando il segno. Crescere significa non affezionarsi alle meteore, ma viverle per quello che sono: baci rubati una notte di febbraio, passeggiate lungo il Tevere mano nella mani, abbracci sulla terrazza di Monte Caprino, lingue intrecciate a Santa Maria in Trastevere, morsi consumati davanti alla gente che si stupisce sempre di meno. Sì, sono state tante. Alcune sono delle foto-ricordo appese al muro virtuale degli incontri, so ancora il loro nome, cosa abbiamo fatto giorno per giorno, aneddoti, i racconti di sere trascorse insieme. Credo anche di cirodare il sapore della loro saliva. Altri sono scivolati giù per le ripide del dimenticatoio, e non verranno mai più a galla, sono annegate per sempre nell’oblio. Nessuna tornerà, probabilmente. Qualche eccezione c’è stata, ma una caratteristica delle storie vissute con queste scosse del cuore, è che la stessa intesa non si potrà mai più ritrovare. Parentesi chiuse, iniezioni di novità, anestestico alla routine.

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S. è tornato a Roma dopo due anni. Ci si era conosciuti in chat, era di passaggio, ci siamo visti l’ultimo giorno della sua permanenza a Roma. Una cena, nulla di più. Ieri è tornato, è stato da me il tempo di una notte, prima di congiungersi con degli amici, con i quali dovrà girare Roma e il Lazio. Si è appena laureato a Berkeley, vive a San Francisco con i genitori. Madre mormona, padre bacchettone pure lui, è uno di quei ragazzi che hanno scelto di non dichiararsi. Uno dei pochissimi gay (americani) a non usare Grindr e altre amenità varie. Ha una passione delle arrampicate sulle montagne a mani nude, che lo colloca agli antipodi rispetto al sottoscritto. Quando gli parlo delle mie paure, del mio timore di rimanere in zone in cui non ci sono ospedali, sembriamo due persone che parlano lingue diverse. Sa che arrampicandosi, senza protezioni, potrebbe cadere in qualsiasi momento. Rompersi un osso, come successo ai suoi amici, o peggio ancora precipitare e morire. Arriva da Napoli, lo vado a prendere a Termini. Gira indossando un semplice maglione. Il clima romano, per lui, è estivo. Mi racconta del suo tour: 3 mesi in Europa, mi elenca le città, i tragitti che farà in auto, treno, aereo, e sogno con lui, forse più di lui, perché so che io non lo potrò fare, non più. Passeggiamo per Trastevere, lungo il Tevere, lo porto nel mio posto preferito, sull’Isola Tiberina, ci sdraiamo sull’erba, gli massaggio il collo, ha uno zaino che pesa quanto lui. Passeggiamo e mi dimentico di me, o meglio, di buona parte delle mia gabbie mentali che mi obbligano a vivere intrappolato nell’ansia. Oggi inizierà a muoversi per il Lazio, dormirà altrove, volterà pagina. Non facciamo sesso, ma ci scambiamo tanti baci, anche qualcosa di più, ma non è sesso. E guardandoci da fuori, vorrei che quella scena si ripetesse tutte le sere, ma non sarà possibile. Gli abbracci sono tanti, prima e dopo l’uscita serale, alla Gay Street, dove mi sono pure vergognato un po’ visto che c’erano 4 gatti 4 (come rispondere al suo “sai, a San Francisco ci sono più gay in strade”?), la cena dal coattissimo Re della Notte, dove si è fatto fare un panino ripieno che manco il peggior kebabbaro americano gli avrebbe saputo fare. Gli resteranno, questi ricordi. Forse no. Sicuramente con un’intensità diversa. La tavola dei ricordi di un 22enne ha ancora tanti spazi liberi, un mosaico tutto da riempire, in cui la nostalgia non riesce a trovare spazio.

Per me, il film che meglio racconta le meteore, è “Before Sunrise”, un capolavoro datato 1995 (era pre-internet, pre-sms). Un ragazzo e una ragazza si incontrano a Vienna, viaggiano entrambi verso mete diverse, passano una notte insieme. Alla fine, però, fanno quello che due meteore non dovrebbero mai fare: si danno un appuntamento, dopo sei mesi, nello stesso posto. Questa è la scena, che chiude il film (spoiler quindi). Ogni volta che la vedo mi commuovo.

Bye S., was nice meeting you.

Foto segnaletica padovana.

February 18th, 2015

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Anche da noi, ogni tanto, un arrestato che merita.

Pugili a confronto.

February 18th, 2015

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Un confronto stimolante, a quanto pare.

Il cantante e attore australiano Brendan Maclean ha voluto dedicare una canzone agli innamorati gay. Lo ha fatto il giorno prima di San Valentino, ma in questo blog – dove la festa non s’ha tanto in simpatia – si spera che l’amore esista oltre questa data. Una canzone dolcissima, come non ne sentivo da tempo, densa di speranze, carica di parole che farebbero sciogliere qualsiasi fidanzato. E in cui si raccontano le prime fasi dell’innamoramento. Quelle in cui sarebbe meglio ripartire da zero, senza dirsi chi e cosa c’era stato prima. Perché ogni storia è un libro a se stante, da non contaminare con altre brutte/belle/diverse esperienza. E ogni volta si spera che quel ragazzo sarà l’ultimo, e anche se non sarà così, è bello vivere con l’illusione di amarsi per sempre.

Mi sembra la video-risposta migliore agli omofobi. Ecco. Buon amore a chi ama (la canzone parte a 1:27).

Maybe I’m your only boyfriend
not forever
but a substantial time
I’ll keep you in mind

You don’t wanna know my track record baby
I don’t wanna know your track record baby
everything before all of this does not exist
We could start a fire
we could start a family
You don’t wanna know my track record baby
I owe you a better start than this

Dei troll si è detto molto e pure troppo. Della loro sostanziale patologica mania di protagonismo, del loro voler andare controcorrente per deviare la discussione su un fuori tema da loro imposto. Qui, come sa chi mi segue da tempo, le loro provocazioni non trovano mai spazio. Purtroppo, però, il web è infinito e anche l’idiozia di chi lo popola. Accade dunque che su Youtube esista un canale dal nome “Coscienza Sveglia” (20mila fan su Facebook…), che di sveglio ha ben poco. Un canale in cui si insultano le donne, si fa retroscenismo spesso dal sapore grillino, si offende l’intelligenza del navigatore medio. In un video postato, ieri, l’autore di questo canale espone la sua personalissima teoria sulla “frociaggine”, come la chiama lui: questa sarebbe contagiosa, e basterebbe una stretta di mano a trasmetterla. Ad avvalorare la sua tesi, anche l’opinione di un prete da lui citato.

In un altro video, postato quattro mesi fa – e questo lo segnalo alle autorità competenti – fa di più: preannuncia un terremoto nel sud Italia, entro due anni. Ricordo a lui e a chi vigila sul web, che esiste un reato di procurato allarme. E se in Italia esistesse una legge contro l’omofobia, lo si potrebbe denunciare per aver messo insieme un campionario di idiozie che meritano solo tanti calci in culo. Ma ci tocca aspettare, ancora.

Per adesso, l’invito è di segnalare a Youtube il canale.

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La fonte è attendibilissima: la rivista medica “Journal Med and Masculinities”. I risultati della ricerca sorprendenti: il 97,5% degli eterosessuali inglesi interpellati tra gli universitari sportivi ha dormito nello stesso letto con un altro ragazzo; il 93,5%, inoltre, ha ammesso di aver fatto delle coccole ad un altro ragazzo. “Mi piacciono le coccole veloci, è un modo per far capire che accanto a te c’è un amico”, ha commentato uno dei partecipanti a questo studio. “Sì, dormiamo spesso insieme e quando siamo ubriachi le coccole possono capitare”, ha detto un altro. Per i ricercatori responsabili dello studio, il fatto che l’omosessualità sia meno “stigmatizzata” e oggetto di derisione, ha reso accettabile il contatto fisico non sessuale più naturale. E questo avviene soprattutto nel mondo sportivo, da cui è partita questa ricerca (i cui risultati sono finiti in un libro). Persino l’alzabandiera mattutina diventa un argomento su cui scherzare: “E’ capitato che, per scherzare, abbia afferrato il pene di un amico con un’erezione. E’ un modo per diminuire la tensione e certamente la cosa non si sfocia nella masturbazione”.

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Ah, questi sportivi.

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C’era una volta l’esame da giornalista in cui si doveva usare la macchina da scrivere. Neanche ricordo le prove in cui si divideva: c’erano sicuramente le domande sul codice deontologico, una tesina, e l’articolo di prova. Che, nel mio caso, verteva intorno al fenomeno dei velini. Era un bel po’ di anni fa, in un periodo in cui ancora non erano così affermati. Questa è la brutta copia di quell’articolo. In un sol pezzo son riuscito a citare Madonna, Luca Tommassini, Raffaella Carrà e Markus Schenkenberg. Mica male, eh.

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Complimenti a Giovanni Caccamo, vincitore delle Nuove Proposte. Vittoria strameritata.

Noi avremmo suggerito anche un premio speciale: Mr. Pacco.

Le fraternità americane strizzano sempre più l’occhio al pubblico gay, con video promozionali in stile Dieux du Stade. Gnocchi al sole che sembrano voler invitare il pubblico a… morire dietro a quei corpi. Questo è il video della fraternità “Kappa Sigma“, della USF, per la loro asta annuale.

Io non oso immaginare le loro feste.

Sorrisi negli spogliatoi.

February 13th, 2015

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I sorrisi, i denti, i piedi. Ah.

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Madre e figlio, mano nella mano.

February 12th, 2015

Ospedale Gemelli, pomeriggio. Aspetto al solito di essere visitato dallo pneumologo. La tosse è tornata, da due giorni. Mi tocca fare la polisonnografia e vedere un altro otorino che mi farà un esame per vedere se le corde vocali sono sane (con la tosse ho anche un abbassamento di voce). Al solito, brancolano nel buio a caccia di una diagnosi che non arriva. Saletta d’attesa, che saletta non è: due file di sedie di legno, scomode, allineate di fronte all’ingresso del reparto di pneumologia. Porte spalancate, c’è l’orario visite dalle 13 alle 17. La tv è spenta. Sbircio chi entra ed esce dalle stanze, ho paura a guardare dentro, il dolore mi spaventa, cerco di immaginarlo nello sguardo dei parenti e amici. Vedo macchinari di cui ignoro l’impiego, che vengono spostati dagli infermieri; alcuni di loro, appena varcata la soglia del reparto, prendono il cellulare e si smessaggiano. Chissà che spazio riservano alla loro vita privata tra quelle mura, chissà quanto di quel dolore visto e sperimentato contagia le loro emozioni, gli affetti, la percezione di quello che sono. Fantastico su qualche medico #gnocco, giovane, sarà specializzando, fantasia irrealizzabile, a quanto pare.

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A un certo punto arriva un medico, sui 50 anni, basso, i capelli scursi. E’ accanto ad una donna anziana, sulla carrozzina. Lei è vestita di nero, ha un foulard nero sulla testa, un maglione di quelli che solo le nonne portano, largo, comodo. La sta spingendo un altro signore, che scoprirò essere il fratello del medico. Quella è la loro mamma. Il figlio-medico che si prende cura della mamma-paziente, ruoli invertiti, dopo tanti anni. Attende di essere visitata nell’unità che cura i disturbi del sonno. Dentro c’è già un paziente, poi tocca a lei. Ha la voce rotta, capisco a malapena quello che dice, anche perché parla in dialetto sardo strettissimo. Il figlio spinge la carrozzina fino alle sedie in legno, e si siede, accanto a lei. I due parlano, poi lui le prende la mano, e gliela stringe. E resta così. Aspettano, cinque, dieci minuti, mano nella mano. Lei lo riprende, gli fa notare che il camice è sporco. Lui dice “è bianco”. Ha gli occhi piccoli piccoli, mi sembra stanca, sicuramente debole. Me la immagino vedova, sola, che cerca di convivere con una solitudine dolorosa.

Guardo quelle mani che si stringono, e penso che la distanza che mi separa da mia madre sia ancora troppo grande.

Kelly Clarkson torna – quattro anni dopo “Stronger” – con il singolo “Heartbeat Song” e questo è il suo video, che anticipa l’album “Piece by Piece”. Durante le riprese – ha rivelato in questi giorni la cantante – uno dei protagonisti del video ha chiesto al fidanzato di sposarlo (sotto).

Assalto all’addormentato.

February 12th, 2015

Ovviamente sono sempre eterosessuali, eh.