Il cuoco di Eataly è #gnocco.

October 13th, 2014

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Lui si chiama Leonardo e m’è apparso, come una visione, stanotte, nella seduta di zapping pre-ninne. Ha 21 anni, si è diplomato da poco all’alberghiero e lavora da Eataly. Ecco, un cuoco batterebbe un #coinquilinofrancese :-)

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La prima notizia è di quelle che mi dispiacciono: niente più blog-reality #caccialcoinquilino. La seconda è che il blog-reality non ci sarà più perché nel frattempo un coinquilino è arrivato, ovviamente per caso. Anche stavolta, c’è lo zampino di un mediatore, come con #coinquilinoetero. Si parte da una cena a Trastevere, dagli Spaghettari, ovviamente. C’è G., e ci sono altre due persone: uno è un collega giornalista croato, l’altro è un amico (di entrambi) avvocato. Il croato ha iniziato a cercare casa, a Roma, insieme alla moglie. Si parla dei prezzi, dei quartieri ed è allora che dico che starei cercando un coinquilino. L’amico avvocato, che non vedevo da un po’ di mesi, mi dice che un suo amico francese era arrivato da pochi giorni a Roma e stava cercando una sistemazione. Gli chiedo di parlarmi di lui: 27 anni, un master in economia, gay, molto carino e anche abbastanza tranquillo. Direi #gnocco, col senno di poi. Ovviamente, con queste premesse, gli dico che va bene, che ci possiamo incontrare, per conoscerci e per vedere la camera. Appuntamento giovedì mattina, alle 12. Il ragazzo parla francese e inglese, ma non l’italiano, che dovrà imparare. Arriva puntuale. Il nome è francesissimo e un brivido mi attraversa la schiena quando glielo sento pronunciare al citofono. Quando apre la porta dell’ascensore, la prima cosa che vedo è il cappellino dei San Francisco Giants. I capelli escono dai lati, sono lunghetti, la barbetta incolta, occhi neri come la pece. Ha un vocione. E una stretta di mano molto energica. Gli mostro la camera, parliamo dei suoi ritmi di lavoro (per adesso part-time), del suo stile di vita e del mio. Si gioca sugli ospiti – gli dico che va bene tutto, meno le gang-bang – e su altro. Lui va di fretta, perché ha dei problemi con il cellulare e deve passare dalla Wind e, inoltre, ha un appuntamento per farsi spiegare cosa serve per ottenere il codice fiscale. Gli offro da bere, Schweppes lemon. Parliamo del prezzo: dai 450 originali scendiamo a 400, una cifra che, comunque, mi sembra abbastanza ragionevole per la zona di Monteverde. Lui deve vedere un’altra casa, venerdì. Mentre siamo fermi davanti alla stanza, in piedi, lui appoggia il bicchiere sul comodino e con una naturalezza animalesca imbarazzante (ma anche no), mi fa una domanda che non mi sarei mai aspettato: “Perché non ci sdraiamo sul letto?” (in inglese). Gli rispondo con qualche mugugno che avrebbe voluto dire sì, lui non capisce, estrinseco il sì sdraiandomi sul letto per primo. Succede quello che può succedere quando due gay si ritrovano nello stesso letto. Succede ed è bello. Molto bello. Ci salutiamo, promettendo di risentirci venerdì sera, su whatsapp, dopo la sua visita all’altra casa.

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Il resto avviene tutto molto rapidamente, via Whatsapp. “Allora, posso venire?”, il mio “ho paura”, il suo tranquilizzarmi, e il giocare sul sesso che potrà rendere questa convivenza unica. Nel bene. O, forse, nel male. Si è trasferito da me stamattina. Ha due soli bagagli, perché il resto gli dove ancora arrivare dalla Francia. Abbiamo parlato molto poco della sua famiglia, della sua vita privata, scherzando gli ho detto che potrebbe essere un serial killer, lui ha riso, e io ho capito che la sua bocca mi farà fare tanti sogni.

E’ successo tutto in fretta. Lunedì ero stato da una cartomante, amica del #tuffatore. Mi aveva parlato di un amore che sarebbe arrivato in poco tempo. “Un ragazzo che vorrà venire a vivere con te”. Ovviamente non è questo il caso, l’amore non c’è e forse non ci sarà mai. Ma questa convivenza mi incuriosisce, molto più di quella passata.

We’ll see.

Perché non abbattiamo i muri?

October 10th, 2014

Una metropolitana australiana. Un uomo e uno stereo.E un interrogativo: perché ci guardiamo e non riusciamo ad interagire? Si parte con la musica, quindi. E si inizia a ballare. Gradualmente, l’onda coinvolge tutti. E il vagone diventa presto la sala di una discoteca in movimento. La festa è riuscita. E l’interrogativo si trasforma: se è possibile dar vita ad una festa improvvisata, perché non riusciamo a far partire una conversazione tra di noi?

Me lo chiedo spesso, quando salgo in metro. E vorrei chiedere a chi ho davanti a me: “Tu chi sei? Qual è la tua storia? Da dove vieni?”. Ma poi chiamerebbero la neuro, e passo oltre.

Diagnosi a un tavolino del bar.

October 10th, 2014

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Davanti al San Camillo c’è un bar dove, di tanto in tanto, mi capita di fare colazione. Ci vado perché i baristi sono simpatici, c’è un cassiere #gnocco, i cornetti (che finiscono presto) son decenti, ed è sempre pieno di gente. E’ anche il bar dove vanno quelli che sono appena usciti dal San Camillo – escluso quello interno, che è pieno di medici e infermieri e, quindi, ansia portami via. Mentre sto mandando un messaggio Whatsapp, come capita nei momenti in cui rubiamo pezzi di vita altrui, sento una parola che è un mostro, lo sento pronunciare più di una volta: linfoma Hodgkin. Sedute al tavolino ci sono due ragazze. Entrambe hanno i capelli lunghi. Lunghi e soffici e immagino anche profumati. Una è bionda, l’altra, originaria delle Filippine, è nera. E’ la bionda a parlare, a pronunciare il mostro. Quella malattia, quel Male che piomba nelle nostre vite come una vincita milionaria al Gratta e vinci – senza un perché, arriva e basta, non c’è Dio che tenga – ha preso possesso del corpo della ragazza dai capelli neri. “Il medico mi ha detto che è un linfoma Hodgkin, che è più buono di quello non Hodgkin. Gliel’ho proprio questo: ‘è diverso, vero?’. E lui mi ha detto che questo si cura, che guarirai”. La ragazza dai capelli neri ha lo sguardo fisso nel vuoto, la schiena rigida, il suo corpo pare immobilizzato. Ascolta ma guarda davanti a sé, fissa le persone che scendono dalla fermata del tram 8, persone ignare di quello che l’ha appena investita. Un tir le sta passando sopra, senza ucciderla, e lei dovrà lottare per sopravvivere. All’inizio non piange. “Mi senti? Devi stare tranquilla”, le dice l’amica bionda. “Ora chiamo una dottoressa del Sant’Eugenio, è molto brava, e poi almeno là sarai vicino a casa, per le cure”. Pochi minuti, e la ragazza inizia a piangere. Un pianto carico di dignità – composto, pacato – ma anche impregnato di paura. Una paura che mi avvolge tutto e mi lascia senza respiro. Mi sento soffocare per lei. Quella diagnosi è un colpo di pistola sparato diritto al cuore, che però continua a battere, ma il dolore resta. “Lo so, vorresti tua mamma, ma lei ora è lontana, e ci sono io”, le dice l’amica, mentre la stringe forte a sé. “Non piangere, mi prenderò cura di te”, la rassicura. Le lacrime scendono ancora. E continua a scendere quando la ragazza le spiega l’unico rimedio possibile per tentare di sconfiggere il Mostro: “Ci sono le cure. Ti dovrai tagliare i capelli, e ti faranno la chemioterapia. Ma poi guarirai. Me l’ha detto il medico: ‘il linfoma Hodgkin è buono’, stai calma”. A quel punto prende il cellulare e chiama la dottoressa del Sant’Eugenio. Io mi allontano un attimo. La tensione emotiva è troppo forte. Vorrei andare lì ad abbracciarle entrambe, a dirle “mi dispiace, non è giusto, la gente intorno a voi non ha nulla, la loro vita è normale, perché la vostra, da adesso, diventerà più difficile?” Non ci riesco. Entro nel bar, prendo un caffè, per uscirne pochi minuti dopo. “Va bene dottoressa, allora domani la chiamiamo, grazie mille”. Telefonata chiusa. “Hai sentito cosa mi ha detto? Segnati il suo nome, mi raccomando, è una brava, domani la incontriamo”. Ma la ragazza dai capelli neri è tramortita, è tornata a fissare il vuoto, a non parlare, a tenere le mani strette strette, quasi a volersi fare coraggio da sola. Perché è vero che quell’amica le starà vicina, ma quella che inizia adesso, per lei, sarà una lotta in solitaria.

Se un Dio c’è, vorrei che gli arrivasse una preghiera laica, umana, per quella ragazza spaventata e per chi, ogni giorno, si vede stravolgere la propria vita da questi Mostri. Siamo dei privilegiati, e lo dico da persona che è appena uscita dall’ospedale.

Vorrei incontrarti tra un anno, nello stesso bar, con i capelli ancora lunghi, e un grande sorriso stampato sul tuo viso.

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E’ passata una settimana da quando sono stato dimesso dall’ospedale. Una settimana di riposo, soprattutto. Qualche incontro, piacevoli tête-à-tête passeggeri, meteore per scaldare il cuore, per non intristirsi troppo. Ma, soprattutto, di nuove visite e controlli. Tutti andati bene. La cura è stata difficile, in questa prima settimana: le 4,5 aspirine al giorno mi hanno devastato lo stomaco, oltre a farmi sudare come un cammello (sudano?). Tutto fino a martedì, quando ho fatto le prime analisi del sangue post-dimissioni (ho scoperto un dentro diagnostico a due passi da casa, e ho tradito la Bios). Valori nella norma, inclusa quella PCR che tanto mi aveva fatto penare (indica la presenza di infiammazioni, soprattutto a livello cardiaco). Mi sono anche fatto visitare da un super-prof del Gemelli, considerato un luminare nel campo della cardiologia, medico di presidenti della Repubblica e papi (di cui conservava scatti nello studio). Un po’ mi ha spaventato: mi ha detto che sono stato fortunato, e che le pericarditi possono determinare scompensi cardiaci permanenti. Per questo devo riposarmi sicuramente fino al 15 ottobre. Poi valuteremo, insieme, se posso tornare al lavoro. Abbiamo fatto un ecocardiogramma, un elettrocardiogramma ed erano tutti nella norma. Martedì mi ha ridotto – anche seguendo indicazioni del cardiologo del San Camillo – la dose giornaliera di aspirina: sono potuto passare a due pasticche da 500 mg. Ora, però mi aspetta la prova più difficile, almeno per come sono fatto io: la risonanza magnetica cardiaca. Al San Camillo mi avevano illuso, parlandomi di quella aperta. Purtroppo, però, dopo aver chiamato praticamente tutti i centri che la praticano, a Roma, ho scoperto che quella aperta non è indicata per il cuore, perché non ha una potenza sufficientemente alta. Non solo la dovrò fare chiusa, ma sarà necessariamente con il liquido di contrasto. Di cui non conservo un buon ricordo: durante la coronarografia ebbi delle sgradevolissime vampate di calore su tutto il corpo. Data la delicatezza del tutto, ho scelto di farla al Gemelli: la struttura ospedaliera mi dà più tranquillità, in caso di complicazioni. Appuntamento preso per il 20 ottobre: c’era una disponibilità venerdì 17 ma, ovviamente, mi sono rifiutato.

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Incontri, fugaci, carezze veloci come un orgasmo, d’una rapidità consapevole e, quindi, non dolorosa. Abbracci. Qualche potenziale coinquilino che si è già affacciato alla mia porta. Dalla Francia. Ma devo fare attenzione, stavolta.

Ciao blog.

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Come eravamo/L’amico Gigi.

October 7th, 2014

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Utile soprattutto per spandere crema.

Il mio gatto è un pervertito.

October 7th, 2014

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No, scusate: il mio gatto si masturba. Basito.

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Lui è castrato. Eppure, qualche giorno fa, l’ho beccato mentre si trastullava così.

(post interlocutorio, dopo qualche problemino tecnico di Godaddy, risolto con amore e dedizione dal team Padova che ringrazio sempre di cuore <3)

Racconto di una malattia.

October 1st, 2014

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Giovedì. E’ una giornata pesante, una di quelle che iniziano la mattina relativamente presto e si chiudono anche a mezzanotte. Io sono stanco. La notte prima non ero riuscito a riposare bene, per via di alcuni dolori al petto. Pensavo a dolori articolari, perché dal petto si propagavano alla schiena. Non gli avevo dato tanto peso. Ormai, a forza di gridare “al lupo al lupo” anche l’ipocondriaco che è in me, un po’ si è tranquillizzato. In ogni caso, giovedì, questi dolori aumentano. Ora dopo ora, lavorare è un inferno. Ma resisto. La sensazione è quella di un macigno appoggiato sul petto. La sera, comunque, decido di non andare al GayVillage. Mi sento affaticato, stanco, sbattuto. Torno a casa, con la mia Uber-car (<3), e mangio una cosa leggera. Ho sonno. Voglio solo dormire. Immagino che una volta sdraiato sul letto, il dolore al petto passi. E, invece, aumenta. Mi sveglio dopo circa mezz’ora. Sudaticcio. Cerco di non entrare nel panico. Non mi va di andare al pronto soccorso. Immagino le ore di attesa, le panche scomode, la gente ammassata nel corridoio. Faccio zapping in salone, cercando di trovare una posizione comoda sul divano. Con la schiena inclinata, di lato, in tutte le posizioni non c’è nulla da fare: il dolore non passa. Decido di chiamare un medico, amico della mia psicoterapeuta, con reperibilità h24. Sono le tre di notte. Risponde subito. Secondo lui, i miei sono dolori di natura articolare. “Prenda un oki, e in 20 minuti passa tutto”. Io nel frattempo continuo a sudare. Passa mezz’ora ma il dolore è ancora là. Anzi, ho l’impressione che sia aumentato ancora di più. Alle 4 decido di andare al pronto soccorso. Quando esco, mi rendo conto che fa freddo, e capisco che il mio sudare è sintomo di qualcosa che non va. Racconto all’infermiera dell’accettazione i miei sintomi: lei mi misura la pressione e non dice nulla. Si allontana per tornare con una barella. “Prego, si accomodi”.

Al pronto soccorso. Mi assegnano il codice giallo. E’ la mia prima volta. Sono entrato nel mondo dei “seri”. Non gravissimi, ma comunque non differibili. Mi portano nella stanza dei codici rossi. Una roba tipo rianimazione. Porte chiuse, al centro una stanzona con i vetri, dietro ai quali ci sono medici e infermieri. Sento il rumore dei respiratori, vedo apparecchi che mi spaventano, corpi che stanno lottando. L’infermiera fa un prelievo sanguigno e mi attacca alla macchina che misura la pressione. Continuo a sudare. Non mi rendo conto di quello che ho e, sotto sotto, sono convinto che non sia nulla di serio. Dopo circa un’ora arriva il cardiologo. Simpaticissimo, nonostante siano le 5 di mattina. Ha con sé un ecografo. Le mie analisi del sangue sono pessime. Lo vedo preoccupato. Mi spostano in un altro punto della sala dei codici rossi e mi attaccano alla macchina con le piastre. Quella, per intenderci, che nei film usano per le scene “liberaaaaa”. L’occhio mi cade sul pulsantino “shock” e su quello “carica”. Ciak, si gira. Il medico invita l’infermiera a guardarmi mentre lui non c’è. Il dolore intanto aumenta e per questo mi viene data della morfina. Non conosco l’esito dell’ecografia al cuore, ma credo che non vada benissimo. Alla fine, infatti, il medico mi dice che devo fare una coronarografia d’urgenza. Alle 6 di mattina. “Serve proprio?”, gli dico. “Secondo lei faremmo un esame del genere se non servisse?”. Ho i sintomi di un infarto in atto e vengo trattato come tale. Decido di avvisare i miei genitori, quando mi fanno leggere il modulo – da firmare – per quell’esame così invasivo. Useranno un metodo di contrasto, e i rischi ci sono, eccome se non ci sono. Mi devono infilare un sondino nel braccio destro, e da là arrivare nel mio cuore. Se ci penso, mi sento male. Il cardiologo è simpatico: un omone sempre sorridente, sui 50 anni, che mi fa tante domande sul mio lavoro. Capisce che sono stressato, e anche parecchio. Quando si assenta, con me resta un’infermiera, stanca: è l’alba, il loro turno è iniziato la sera. Mi tolgono i vestiti e mi mettono un camice verde. Non è il massimo. Alle 6.30 arriva l’ambulanza. Un’equipe mi sta aspettando a emodinamica. Fuori fa freddo, il sole deve ancora sorgere, io sto sudando di meno. Al pronto soccorso mi hanno fatto una puntura di Flectadol e morfina. Il dolore sta praticamente sparendo.

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La coronarografia.L’esame mi spaventa. Sono sempre stato un fifone, che non ha mai fatto mistero di esserlo. Stavolta, però, ho i miei motivi per esserlo ancora di più. Lo stanzone in cui avrà luogo l’esame è grande. Al centro, un lettino, tipo da sala operatoria, e sopra un macchinario che fotograferà il mio cuore. Un infermiere, modi spicci ma molto simpatico (e curioso: duemila domande sul mio lavoro), mi rade il pube e le braccia. In prima istanza, infatti, il medico tenterà di raggiungere il cuore dal braccio destro: se non dovesse funzionare, si passa dal pube. “Meglio dal braccio, perché con l’opzione pubica c’è un decorso più fastidioso”, dice il tecnico. Mi spalmano il liquido giallognolo usato per disinfettare prima di un intervento. Quando sono pronto e apparecchiato, arriva il medico. Ha un anno più di me. Gli chiedo di rassicurarmi su quell’operazione. Mi pento di non aver preso il valium che l’infermiera del pronto soccorso voleva rifilarmi: “Mi dia retta, così non sentirà davvero nulla”. Volevo essere lucido. Il dolore, comunque, è sopportabile. Si sente il sondino che entra nel braccio, e poi sparisce nel torace. Ogni tanto, si ha la sensazione di “smucinamento”, nel cuore, ma nulla di insopportabile. L’esame dura circa 15 minuti, e i più brutti sono gli ultimi tre. A un certo punto, infatti, il medico mi preannuncia che sentirò delle palpitazioni: bruttissimo. Dopo le palpitazioni, arriva una mega iniezione di liquido di contrasto: “Ora sentirà bruciare il suo corpo, dall’inguine alla gola”. E così è stato. Vado un po’ nel panico, perché inizio a provare una sensazione di soffocamento. L’esame, per fortuna, è finito. Il medico estrae il sondino. Le mie coronarie sono a posto. Nessun infarto. Mi portano in una stanza, in cui, al di là di un paravento, c’è una paziente che attende di fare un altro esame. In tutto questo tempo, il mio cuore è rimasto attaccato ad una macchina che ne misura l’andamento. Dal pronto soccorso, non me l’hanno mai staccata. La cosa mi mette ansia.

Il ricovero. Il cardiologo del pronto soccorso sorride. E’ contento che la coronarografia abbia dato esito negativo. Ma mi avvisa: “Si prepari, perché starà con noi un po'”. Dice proprio “un po'”, di una vaghezza preoccupante. Aspetto mezz’ora, mentre intanto mi scappa la pipì. La flebo che mi hanno dato, per liberarmi del liquido di contrasto, sta facendo effetto. Peccato che non mi possa alzare dal letto: vietato dal medico. Alla fine, si trova un posto letto: cardiologia 1. Un reparto da 20 letti, curato, stanze doppie con televisore, ma senza bagno. Mi mancano le singole del Gemelli con bagno. Ma sono là per non morire, diciamo che posso passare sopra a questi dettagli. Poco dopo essere stato ricoverato, arriva il nuovo cardiologo, che è anche il responsabile del reparto. Da subito, azzecca quella che sarà la diagnosi finale (quasi): pericardite. Stessi sintomi dell’infarto, valori ematici totalmente sballati (per intenderci: i miei marcatori cardiaci erano a 140, quando sarebbero dovuti essere a tipo 0,5), elettrocardiogramma non in regola. L’apparecchio portatile al quale sono attaccato, si trasforma in un altro apparecchio fisso che dovrà monitorare il mio cuore, h 24. Mi viene vietato di alzarmi. E la pipì? Nel pappagallo. Drammatico. Ma riesco ad usarlo. Devo riposare, e basta. Il dolore, nel frattempo, è passato, ma sento che il cuore fa fatica a funzionare bene. Ogni tanto, infatti, ho la sensazione che salti un battito. Per il medico sono delle extrasistole e segnalano il fatto che il cuore sia “in affanno”.

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A letto. Non mi era mai capitato di dover stare a letto, senza potermi alzare. Sensazione claustrofobica, di immobilizzazione. Cerco, comunque, di tenere il panico sotto controllo, e più o meno ci riesco. Il mio compagno di stanza, Bruno, ha 68 anni, e aspetta il terzo intervento al cuore. Romanaccio, ex pugile, simpaticissimo e curioso. Due vite così diverse, ma che in quella stanza iniziano a parlare la stessa lingua, che è quella della malattia. Iniziano a venirmi a trovare gli amici: alle 12.30 e alle 18.30. Mi rendo conto che sono tutto, in quelle circostanze. Gli amici che ti vengono a trovare, cazzeggiare, scherzare, alleggerire la tensione mi hanno aiutato moltissimo. Un po’ meno mio padre, arrivato dopo due giorni, e che, invece, mi ha fatto (involontariamente) sentire a disagio. Perché, in fondo, non parliamo mai, e non è certo quella la situazione migliore per iniziare a farlo. Mia madre, invece, non viene proprio. Ci si sente al telefono. Il terzo giorno, dopo che i valori sono scesi in maniera significativa (da 140 a 3), il medico mi autorizza ad alzarmi, ma solo per andare al bagno. Sollievo. Non credo che sarei mai riuscito a sopportare, in aggiunta al pappagallo, il pannolone. Il resto del tempo, devo comunque rimanere attaccato alla macchina, con 5 elettrodi piazzati sul mio petto, che la notte mi facevano sempre penare: quando non erano più nuovissimi, si spostavano, e la macchina iniziava a suonare. La notte è sicuramente il momento più brutto. Quello in cui sai che nel reparto non c’è nessun medico – ovviamente c’è una reperibilità – e quando senti le campanelle degli altri pazienti che chiamano gli infermieri. Notte più buia del solito, quella in reparto. Le giornate iniziano prestissimo, con il prelievo delle 6 e il cambio lenzuola delle 8 e le giornate erano scandite, oltre che dalla visite, dai medicinali: pasticche e flebo alle 9, alle 15 e alle 22. Pasti, intorno alle 12.30 e alle 18 (un dramma per uno abituato a cenare a Mezzanotte).

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Gli infermieri. La vera delusione di questo ricovero, man mano che passano le ore, sono gli infermieri. Delusione umana e professionale. Non tutti, ma sicuramente il 70%: svogliati, antipatici, a tratti maleducati. Ogni volta si lamentano dei tagli alla Sanità, che sono pochi, devono lavorare molto e roba così, come se fossero dei supereroi chiamati a salvare il mondo. E si lamentano con chi dovrebbero assistere in quanto malato e che di ragioni, per lamentarsi, ne ha parecchie più di loro. Quando, di notte, qualcuno suonava la campanella, molti rispondevano “che c’è”. Certo, poi assistevano il malato, ma glielo facevano sempre pesare. Con alcuni mi sono anche scontrato, violando una delle regole auree dei ricoveri: mai litigare con li infermieri. Sticazzi. I migliori erano i tirocinanti: ancora pieni di entusiasmo e con la passione viva per questo lavoro. Anche se, talvolta, erano un po’ sbadati: un’infermiera – ragazza calabrese di 25 anni – un giorno mi ha dato la pasticca destinata a Bruno (me ne sono accorto, perché io ero nel letto 12 e sulla pasticca c’era il numero 13). Un’altra sera, un’infermiera – non tirocinante – si era scordato di darmi la flebo di Flectadol. “Ma è sicuro che la deve avere?”, mi aveva chiesto. E quando ha controllato sulla cartella clinica, si è scusata. E’ vero, gli infermieri sono umani e sbagliano: ma quegli errori possono avere conseguenze serie. Ne ho parlato con il responsabile del reparto, il quale ha alzato le spalle come a dire: “che ci posso fare?”. Ovviamente con alcuni infermieri ho legato, una, in particolare, con il marito trasteverino che mi conosceva (ma io non conoscevo lui), e che insisteva per farmi assaggiare il suo ciambellone. Ma la sciatteria complessiva mi hanno davvero colpito in negativo e spero davvero che non sia la regola di tutti gli ospedali pubblici italiani.

Gli amici. Le visite, come dicevo prima, sono tutto. Ci si alzava la mattina – alle 6, per il prelievo – aspettando le visite delle 12.30. Poi si viveva il pomeriggio aspettando quelle a ridosso della cena. Senza di loro sarebbe stato tutto più difficile. Si è affacciato anche il #tuffatore, che, nella notte del closing party del Gay Village è stato orfano del sottoscritto. E non solo lui. Ancora mi mordo le mani per non poterci essere andato. Mi hanno mandato foto, video, sms, dolci pensieri per dirmi che mancavo a un bel po’ di gente. A. e C. si sono occupati del gatto: una visita al giorno e tante coccole. Peccato che i dispetti si siano sprecati: ha fatto la pipì un po’ ovunque. Gli amici sono anche stati i fornitori di schifezze: dalla pizza ai biscottoni al cioccolato XXl. Ma anche Bruno ha contribuito con biscotti e cioccolatini. Nello stesso capitolo “amici” inserisco anche quella strepitosa categoria di persone che gravitano intorno a questo blog: mail, messaggi privati, tweet di incoraggiamento che mi hanno davvero fatto sentire meno solo, in quella stanza al terzo piano del nuovo padiglione. Quasi nessuno mi conosce direttamente, ma l’affetto che mi è arrivato è stato davvero “vero” e vivo.

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La diagnosi. Lunedì mattina mi viene fatta la seconda ecocardiografia: c’è sempre il cardiologo che mi aveva preso in carico al pronto soccorso, insieme ad un collega. La diagnosi è di miopericardite. Una roba abbastanza seria, che credo di aver sottovalutato per un bel po’ di tempo. Credo che c’entri la tosse, che ho avuto tre settimane fa. Ma anche il cortisone, che mi hanno prescritto per curarla, potrebbe aver indebolito il mio organismo. Non lo so. Anche ora che sono uscito, non si sanno le cause di quella infiammazione: resterà un mistero. Intanto, dovrò fare una risonanza magnetica, per vedere le condizioni del pericardio. Scelgo di farla fuori dal San Camillo, dove c’è solo quella tipo loculo: lo stesso medico me l’ha sconsigliata, essendo claustrofobico. La farò fuori, con un apparecchio di quelli “aperti”.

L’uscita. Esco oggi, dopo pranzo. L’ultimo nauseabondo pranzo: capisco di non essere al ristorante e di non poter avere chissà quali pretese, ma i pasti erano davvero da mensa Caritas. O forse neanche da quella. Il medico decide di farmi uscire stamattina, dopo aver visto i risultati delle analisi delle 6. Valori tutti nella norma, inclusi i marcatori cardiaci e i globuli bianchi. Mi prescrive un mese di riposo e una cura a base di tonnellate di aspirina: 1,5 pasticche, tre volte al giorno. Tra una settimana devo ripetere le analisi del sangue e poi, forse, posso ridurre le aspirine. L’idea di dover stare fermo un mese mi angoscia e non so se ce la farò. Tornato a casa, mi rendo conto di avere qualche linea di febbre: 37.2. Venerdì, intanto, ho preso appuntamento da un professore, per un secondo parere, sia su quello che mi è successo che sulla terapia da seguire. Saluto Bruno, lo stringo forte, abbraccio anche la moglie. Si dovrà operare presto, era nervoso, spero che le cose gli vadano bene.

Ho avuto paura, questa volta per davvero. E il momento preciso in cui ho capito che le nostre vite sono appese ad un filo, è stato quando il mio cuore ha iniziato a battere in maniera irregolare, fuori controllo. Ho capito che non sono io a poter scegliere di continuare a vivere. Ma sono felice di essere qui a scrivere di questa malattia.

Ciao blog.

Ci siamo passati tutti: un tizio ci manda una determinata foto e poi all’appuntamento si presenta la brutta copia di quella persona. Il team di “Simple Pickup” ha voluto vedere cosa succede se una ragazzo o una ragazza rimorchiati su Tinder con un certo look, si trasformano in due obesi. Tanto imbarazzo e molte fughe.

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Alla fine, dopo che a Milano ha già ampiamente preso piede, ho provato il servizio di auto a noleggio offerto da Uber anche a Roma. La registrazione è semplice: si scarica la App, si inseriscono i propri dati (inclusi estremi carta di credito), e all’occorrenza si cerca un’auto. Nel momento in cui si apre la App, vengono mostrate tutte le auto in zona e il tempo previsto per l’arrivo di un autista. Ho prenotato l’auto alle 10, tempo di attesa previsto di 7 minuti (e Monteverde non è centralissima): sul display è possibile visualizzare la posizione dell’autista in tempo reale. E’ arrivata una Mercedes Classe E, interni in pelle, autista in giacca e cravatta, super gentile (roba che nei taxi te la scordi). Prima di partire, sempre attraverso la app, si può richiedere una stima economica della corsa: in questo caso, di due euro superiore al prezzo reale che ho pagato alla fine. Per una corsa di 25 minuti, mi sono stati chiesti appena 21 euro: il 30% in più di quanto mi sarebbe costato il taxi. Al termine della corsa non si paga all’autista: i soldi vengono scaricati tramite la App e si riceve in tempo reale una ricevuta, via email.

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Promosso a pieni voti.

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Lui si chiama David Girton: al Big Brother 15 non è andato particolarmente bene. Una volta uscito dalla casa, ha iniziato a twittare sue foto in cui non si fa problemi a mostrarsi nudo. Anche in erezione.

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#caccialcoinquilino, si parte.

September 24th, 2014

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Ci siamo. Inizia il contest più strano e pazzo che abbia mai fatto da quando ho iniziato a bloggare. Una scommessa, sicuramente, che spero si concluda bene, per il sottoscritto e il futuro coinquilino della river-casa.

Il contest. La prima fase del concorso, di raccolta delle candidature, si chiuderà il 15 ottobre. Da qui a quel giorno, pubblicherò regolarmente degli update sugli aspiranti coinquilini, ovviamente senza rivelare dati sensibili. Ad ognuno sarà associato un nick (potrà anche sceglierselo da solo).

La camera. Cosa si offre? Una stanza arredata, ampia, con parquet, aria condizionata e vetri anti-rumore, molto luminosa, all’interno di un appartamento all’ultimo piano di una palazzina vicinissima all’ospedale San Camillo. L’appartamento è formato da due camere, salone, cucina e due bagni. Casa silenziosa, con ascensore ovviamente. C’è un locale/terrazzo condominiale per stendere i panni. Il costo: 400 euro al mese + le spese. Collegamento con tram 8 e linea H. Non ho previsto una durata minima o massima del rapporto di coinquilinaggio.

Le candidature. Chi volesse candidarsi, potrà farlo scrivendo un’email a ilcoinquilinodiriver@gmail.com, raccontandosi e spiegando perché vuole andare a vivere con River. Ovviamente risponderò a qualsiasi dubbio/richiesta di chiarimento sulla camera. Non si richiede una foto, questa non è un’appendice di Grindr.

Cosa cerco. Non ho troppe prescrizioni e indicazioni sul futuro coinquilino. Chi mi legge conosce il mio stile di vita: sto fuori gran parte della giornata e rientro la sera tardi. Non organizzo feste e manco festini, preferisco il tête-à-tête. Ah, ovviamente deve amare il mio gatto. E anche il mio account Instagram :)

La giuria. Non siamo a XFactor, ma preferisco condividere con delle persone care, di cui mi fido, la scelta della persona con la quale condividerò una fetta variabile della mia vita: per questo ho chiesto a due cari amici di assistermi. Una volta chiusa la prima fase della selezione, ci saranno degli incontri con i due giurati: Psiko e Siderodorian. Superato il colloquio, accertate le reali intenzioni dei proponenti, sarà possibile visitare la river-casa (senza river).

Fingers crossed.