Interviste/La scrittura di Moccia, caso “teen”.
September 26th, 2008

Che Federico Moccia sia un caso sociologico, in positivo o negativo, è innegabile. Io non ho mai toccato niente che fosse stato scritto da lui, e non per chissà quale preclusione nei suoi confronti. Forse perché sento che difficilmente mi riconoscerei nelle sue storie. Ma è un dato di fatto che i suoi racconti abbiano fatto sognare orde di teen. Il perché lo spiegano gli Alberoni di turno. C’è un’intervista che aiuta bene a capire questo “fenomeno” letterario. L’ha realizzata Mariano Sabatini, giornalista 36enne, collega multitasking, come l’ho definito. Uno di quelli cui ogni definizione sta stretta. Autore di programmi come “Tappeto Volante” e “Unomattina”, ha rubriche su giornali diametralmente opposti, dal serioso Italia Oggi al più leggero Eva 3000, passando per l’attualissimo Metro. Se vedo il suo curriculum mi chiedo dove abbia trovato il tempo di fare due figlie. Ovviamente a me sta simpatico perché passa spesso da queste parti. L’intervista fa parte di una serie di libri ( “Trucchi d’autore” e “Altri Trucchi”: si comprano qui), in cui sono passati sotto la lente d’ingrandimento 100 scrittori, italiani e non. Da Brizzi a Buttafuoco, passando per Cunningham, Mazzucco, Orengo, Parrella, Camon, Ferrante, Deaver, Santacroce, Lansdale, Veronesi. Ecco alcune delle risposte di Moccia.
Niente computer?
Solo per prendere appunti
I telefoni?
Spento tutto, tranne una linea riservata a pochissimi.
Blocchi, incubo della pagina bianca?
A volte posso non aver voglia di scrivere e allora fatico di più e so già che dovrò correggere quello che ho scritto.
Libri per ispirarsi?
No, li ho letti prima, magari tanto tempo fa e qualcosa come tutto ciò che fa piacere ricordare, resta.
Per quale scrittore prova invidia?
Per nessuno, ammirazione tanta, per Hemingway e Fitzgerald.
Metodo di scrittura?
Prima passeggio e raccolgo idee, poi me le segno, poi faccio una scaletta poi scrivo tutto il romanzo poi lo correggo più volte.
Quante pagine produce in un giorno?
Da cinque a quaranta quando inizio a scrivere.
Scrittori si nasce o si diventa?
Credo che si nasca con questo desiderio e poi ci si diventi veramente dandogli retta.
A chi fa leggere in anteprima?
Quando è finito il libro lo faccio leggere ad una persona fidata.
In quanto tempo è pronto un suo romanzo?
Da sei mesi a un anno ad anche di più.
Rituali di inizio e fine lavoro?
Accendo la radio e inizio a scrivere. Quando finisco la spengo. Quando poi ho finito proprio tutto il libro vado a fare un giro in motorino, vago senza meta, mi prendo un caffè o una granita e per un pomeriggio faccio un po’ il turista, magari mi compro una cosa semplice e mi godo il tramonto pensando a quello che mi passa per la testa, così con un sorriso leggero…
I suoi personaggi, di solito, sono ricalcati su persone reali?
Assolutamente sì, prendo spunto da persone che conosco o ho incontrato o semplicemente visto e da lì spicco il volo, certo molto di quello che racconto è in più rispetto alla loro vera vita… Ma è quello che aggiungo che mi diverte. La loro esistenza mi aiuta nell’immaginazione e nello scrivere.
Ho un solo dubbio: sei mesi/un anno per “Tre metri sopra il cielo”?
Moccia e Bova a scuola, liti e polemica.
January 21st, 2008

Al liceo romano Giulio Cesare, stamattina, l’aula magna ha ricevuto uno che ai giovani parla in continuazione (e che a loro deve gran parte del suo successo): Federico Moccia. L’autore era accompagnato da Raoul Bova, interprete dell’ultimo film “Scusa, ma ti chiamo amore” (assalito dalle ragazze che, con diari e foglietti, hanno chiesto autografi).
Le prime rogne iniziano prima ancora dell’incontro con i giovani: nell’aula magna sono ammesse 4 classi di studenti, contro le 55 della scuola. Il risultato è che un gruppetto di studenti si è piazzato in cortile e ha iniziato a fischiare e urlare contro la preside della scuola. “I posti sono limitati per ragione di sicurezza“, dice la preside ai numerosi giornalisti presenti. Archiviate le proteste, tocca ad un giornalista dell’Avvenire rompere le uova nel paniere. Cosa fa? Protesta perché la preside ha osato trasmettere quel film in una scuola. Sacrilegio, o quasi. ”E’ un film altamente diseducativo - ha tuonato il novello moralizzatore avveniristico - visto che racconta la storia d’amore tra una minorenne e un quasi quarantenne“. E ancora: “Siamo al limite della pedofilia“. La preside, però, s’è fatta rispettare, eccome: “Chi si arroga il diritto di decidere cosa è educativo e cosa no?”.

Non ho mai letto Moccia, e penso che non lo farò, ma le posizioni preconcette non mi sono mai piaciute.
La banalità sale sul palco.
October 13th, 2007

Vedo per la prima volta su Canale 5 il musical “Io ballo“, che racconta la storia dei ballerini di “Amici”. Intanto non è un musical: il parlato, e che parlato, occupa buona parte della rappresentazione. I testi sono scritti da qualcuno che si è ispirato alla banale semplicità e scontatezza di Federico Moccia, cercando qua e là di strappare qualche lacrimuccia al pubblico adolescente, identico - a teatro - a quello che segue il programma televisivo. Protagonisti assoluti Garrison (simpatico, after all) e Federico Angelucci, accomunati dalle oscene scarpe Crocs.


Finché Amici è cazzeggio mi sta più che bene, ma quando poi si cerca di fare sul serio è troppo.
Basta/ Il moccismo.
April 11th, 2007

E’ ovunque, in preda ad una sorta di incontinenza intellettualistica e sociologica. Ha la sua rubrica sui giornali, conduce una trasmissione televisiva sul satellite, interviene a dibattiti per donarci sempre lo stesso: pillole di presunta saggezza sul mondo giovanile. E’ persino sotto casa mia, col suo volto un po’ grigio sui manifesti per la trasmissione da lui condotta. Federico Moccia, tre romanzi e una grossa botta di culo, è sicuramente abile nel gestire il successo che gli ha regalato “Tre metri sopra il cielo”. Altre perle che ci ha regalato la sua mano: Domenica in, di cui è coautore, il telefilm “College” e altri flop di cui non parla apposta. La sua immagine è gestita sapientemente (da lui? da altri?), e a Roma quando si parla di lucchetti e di Ponte Milvio è difficile non trovarlo citato. Mi ricorda un po’ la Susanna Tamaro dei primi tempi, quella che veniva intervistata tra le pecore della sua casa campagnola e che, profetica, interveniva a dibattiti sul senso della vita. E certo, è innegabile che sia un caso.
Ognuno ha il Moccia che si merita.






