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F. è il fidanzato storico di un mio amico. I due stanno insieme da ormai molti anni. Qualche sera fa, tra i bianchi divani spalmati lungo il Tevere, di fronte all’Isola Tiberina, F. – non conoscendo il mio forte legame emotivo con River Phoenix (eppure il blog lo legge!) – tra una bevuta e l’altra spara un siluro al cuore. Il mio. “All’inizio degli anni Novanta – era il 1990 – ho dormito una notte con River”. Ora: F. è una persona grande, matura quanto basta, e, soprattutto, ha risposto affermativamente ai miei “sei sicuro” e negativamente ad almeno tre ”mi prendi in giro”. Il fidanzato mi dice che è a conoscenza di questa storia. Lo faccio parlare. Sono passati quasi venti anni. E mentre lo ascolto, mi sembra di vedere River, mentre esce da una casa, nel Ghetto.

Con un amico eravamo stati invitati ad un concerto, alla discoteca di Testaccio Alibi. Era sera, ed entrambi eravamo su di giri per alcune pasticche ingurgitate. Cazzate che si fanno. Ricordo la folla, il caldo estivo, la ressa. E ricordo lui. Aveva i capelli raccolti dietro la nuca, lisci, chiarissimi. Ci guardiamo. Il mio inglese è quello che è, ma il nostro è soprattutto un gioco di sguardi. La musica rimbomba, ma noi siamo là a scrutarci. Il concerto è alla fine. Ci avviciniamo. Lo invito da me. Saliamo in auto, da Testaccio al Ghetto, dove abito, sono pochi minuti. Parleremo poco. Dormiremo. Faremo all’amore. Anche lui aveva preso delle droghe. Ricordo il suo corpo chiaro, nordico. Pochissimi peli, slanciato, una nudità sessualmente provocante. La notte ci accarezza, la passione è il nostro legame. Solo per quella notte. La mattina dopo si sveglia e si riveste. Raccoglie le sue cose, soldi, portafogli. Si aggiusta la coda. Mi chiede di chiamargli un taxi. E’ a quel punto che ho un flash. Mi ricordo di averlo visto in un film. Glielo dico. Lui mi risponde, sorridendo. Esce di casa. Non l’ho più rivisto.

Piera Detassis è stata una delle ultime giornaliste ad averlo intervistato, a Roma, dopo le riprese di “Belli e Dannati”. Qualche volta ne abbiamo parlato, di sfuggita (“Si vedeva che non stava bene”). Mi ha promesso che di quell’incontro mi racconterà altro.

River Phoenix si sveglia in piazza del Popolo. E’ in mezzo alle marchette, che lo guardano come un estraneo. Il suo amico, Keanu Reeves, lo passa a prendere in taxi. Lui gli va incontro, ancora barcollante.

Ieri sera discutevo con un collega su quale fosse un film, a tematica gay, cui non rinuncerei mai. Ecco, “Belli e Dannati” è uno di quelli. Ma, chiedendo in giro, ho avuto davvero i responsi più disparati. Da Bagno Turco a Brokeback Mountain, passando per Jossy & Jagger. Fermo restando che la definizione di “film gay” non mi fa impazzire, mi farebbe piacere raccogliere nei commenti segnalazioni su una pellicola imperdibile, a tematica Glbt.

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(Post pubblicato anche su www.gay.tv, con fotogallery)

Sono le 7 di sera. River ha appena terminato la giornata di riprese sul set di “Dark Blood”. E’ il 30 ottobre 1993, sabato. Quella notte si festeggia Halloween. River rientra all’hotel Nikko, a West Hollywood. Stanza 328, una modesta suite da 300 dollari a notte. Quella sera sono venuti a trovarlo il fratello Leaf – Joacquin Phoenix, e la sorella Rain, dalla Florida. C’è anche l’attrice Samantha Mathis, sua fidanzata ai tempi di “The thing called Love”. Il gruppo non passerà quella serata in hotel: hanno appuntamento al Viper Room, il locale di Johnny Depp sul Sunset Boulevard. River deve vedersi con Flea, dei Red Hot Chili Peppers, suo grande amico. Prima di uscire, un po’ di alcol. River manda un amico a comprare una bottiglia di champagne da 20 dollari. Il gruppetto esce intorno alle 23. Il Viper Room è pieno, come sempre accade nei fine settimana. C’è anche Johnny Depp, che suonerà sul palco insieme a Flea. A un certo punto River inizia a sentirsi poco bene. Suda, non riesce a respirare. Un amico gli passa una pasticca di Valium, per tranquillizzarlo. Ma le sue condizioni peggiorano. Inizia a tremare. Viene portato fuori dal locale, in braccio, dal fratello. Subito dopo il grande portone in ferro, che serve anche da uscita di emergenza, si accascia in terra. “Niente paparazzi”, sussurra al fratello Joacquin. Ha capito di non stare bene, e vuole evitare che qualcuno possa cannibalizzare quel momento. Leaf chiama la polizia, il 911. E’ da poco passata la mezzanotte. “Correte, mio fratello sta male”. Ma quando l’ambulanza arriva non può far altro che constatarne il decesso. Il cuore di River aveva già smesso di battere.

Droga e alcol. Così è morto River Phoenix, all’età di appena 23 anni. Lui che era nato da una famiglia salutista, e che spesso si era battuto contro le droghe. Ma River stava lottando contro un male che neanche lui avrebbe saputo definire o anche solo riconoscere. Un film dietro l’altro, i soldi, e la sensazione di inadeguatezza, di sentirsi fuori luogo. Nessuno è mai riuscito a spiegare perché abbia iniziato a drogarsi, e gli amici, dopo la morte, non hanno più voluto parlare del rapporto con lui. Forse le sue erano botte di vita, iniezioni di felicità temporanea in un corpo che si trascinava da un set ad una festa. Era già stato scritturato per “Intervista con il Vampiro”, e molti altri contratti lo stavano attendendo.

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River ha interpretato, tra le altre cose, l’amore non corrisposto per Keanu Reeves, in “Belli e Dannati”, titolo originale My Own private Idaho. Un film che, per molti gay, me compreso, è un cult, perché ha saputo raccontare un sentimento senza mai scadere nei luoghi comuni e nei cliché. In questa pellicola del 1991, River interpreta il ruolo di Mike, gay, con gravi problemi di narcolessia. Insieme a lui c’è Scott, figlio del sindaco di Portland. Entrambi si prostituiscono. E’ quando Mike decide di andare a trovare un “amico” nell’Idaho, e Scott lo accompagna, che il primo confessa al secondo di essersi innamorato di lui. Alcune scene sono state anche girate in Italia. Ed è a Roma che Scott si innamora di una ragazza, con la quale tornerà in America, mentre Mike da solo, continuerà il suo vagabondaggio, fatto di droga e prostituzione tra i ragazzi di vita “de Roma”.

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A Los Angeles ho vissuto un anno, e la prima cosa che ho fatto quando sono arrivato nella City of Angels – poche sere dopo essere atterrato – è stato visitare il Viper Room. Dovevo farlo, dopo aver letto le uniche due biografie uscite sulla vita di River, cui avrei dedicato, molti anni dopo, il nome del mio blog. Quelle pareti erano le ultime ad averlo visto vivo. Erano passati appena due anni dalla sua morte, e nella valigia con me avevo portato una sua foto. I capelli biondi, lisci, a coprirgli gli occhi. Il sorriso rotto da qualcosa che era un misto di timidezza e amarezza. Era un fine settimana, e il locale era pieno. Folla mista, dai 20enni ai 40enni, pubblico etero direi. Sono stato tutto il tempo in uno stato di trance emotivo, cercando di immaginarmi River che cammina tra la gente, ondeggiando, e che a un certo punto cade in terra. Sono stato nel bagno, dove forse ha sniffato qualcosa o dove ha ingurgitato il Valium. Ricordo solo l’odore persistente di urina. Ho cercato l’uscita di emergenza sulle pareti nere. Sono uscito in strada, sul Sunset Boulevard. Ero nel punto in cui Leaf teneva la testa al fratello, pregandolo di non andarsene. Sulla sinistra, vicino al muro grigio scarabocchiato di graffiti, c’è ancora la stessa cabina telefonica. Da là Leaf ha chiamato la polizia. “Dovete correre qui. Sta morendo. Ha preso il Valium o qualcosa del genere. Venite, per favore”. Prendo la cornetta in mano. Le auto sfrecciano come su un’autostrada, luci schizzate sul viso di una coppia che passa là davanti.

River è in terra, le labbra strette in una smorfia di dolore. Gli occhi si chiudono, lentamente. Il fratello piange, mentre gli tiene la mano. Il traffico scorre.