Tel Aviv, un “gay bus” in giro per l’Europa.
March 5th, 2010

La gay-friendly Tel Aviv in tour per l’Europa, con uno speciale “love bus”. La seconda città di Israele tiene molto alla sua immagine di metropoli amica della comunità GLBT. Nel 2009, ha speso oltre 10mila euro per campagne promozionali per attrarre turisti gay. Quest’anno la cifra è destinata ad aumentare ancora di più, fino a decuplicarsi. Tel Aviv, infatti, ha intenzione di finanziare un autobus, che farà il giro dell’Europa, promuovendo l’immagine di città aperta e tollerante. Un’iniziativa concordata con il ministero degli Affari esteri, che ora dovrà dare l’ok definitivo. L’autobus, che avrà i colori dell’arcobaleno, dovrebbe visitare vari festival europei, partendo da Madrid, e passando per Berlino, Varsavia, Londra e Roma. Ballerini saluteranno il pubblico, mentre saranno anche offerti alimenti tipici israeliani. Tel Aviv si è già candidata ad ospitare il Gay Pride internazionale del 2012.
Due volte non mi sono bastate, e appena potrò ci tornerò. Ho voglia di fare una passeggiata su Rotschild Avenue.
Tel Aviv/Ode a Japanika (e a Rothschild avenue).
July 21st, 2009


Sono un abitudinario. Un amante delle buone abitudini, soprattutto culinarie. La mia filosofia è sempre la stessa: se trovo un posto buono, in cui mi trovo bene, perché cambiare? Capita anche all’estero, quando torno due o più volte di fila nello stesso posto. A Tel Aviv, su Rothschild Avenue, grossa arteria ideale per lo struscio by night – c’è il chioschetto di Japanika. A gestirlo è un gruppo di ragazzi, tipici maschi israeliani che amano giocare col loro corpo e la loro fisicità, con movimenti, sguardi, sorrisi che trovi solo da queste parti. E jeans rigorosamente calati. E’ in mezzo alla strada. Ci si può sedere al banco (mia scelta preferita), o ad uno dei tavolini intorno. Il servizio è rapido, anche se è complicato riuscire ad attirare l’attenzione dei ragazzi. Movimenti a scatti, su e giù tra cassetti e la cassa (si offre anche il servizio di take away). Due li riconosco, c’erano anche l’anno scorso. Accanto a me si siede un’italiana, di colore. Sente che sono italiano, e iniziamo a parlare. E’ col suo fidanzato, israeliano. E’ di Brescia. E’ venuta a Tel Aviv per una vacanza, si è innamorata, e ci è rimasta. Lavorare non è stato difficile, e ora non pensa neanche più di tornare in Italia. Scherziamo sul suo colore della pelle e sull’anima leghista di certe città del nord. Hanno un cane, goloso di sushi, seduto tra di noi.

Rothschild, una lunga striscia protetta da quelle che sembrano le italiane decorazioni natalizie (foto sopra), panchine ai lati, giovani, coppie, più o meno grandi, si raccolgono la sera a guardare lo struscio. Si fanno le vasche, le faccio anche io, per il puro piacere di incrociare sguardi, percepire curiosità. Non indifferenza, anche se qui è difficile riuscire ad interagire con un israeliano, al di là della pura forma. Quando sei italiano stimoli qualche domanda in più, ma l’israeliano ha una grossa barriera: la lingua. L’inglese lo parlicchiano un po’ tutti, con oscillazioni frequenti tra il pessimo e l’appena sufficiente. Ma parlare, di sera, non serve. Parla il linguaggio dei volti, in una città che al calar delle luci sembra vivere di un’altra vita, l’esplosione di una frenetica gioventù sobriamente godereccia. (sotto, altri scatti in notturna).
Tel Aviv/Ragazzi-soldati.
July 21st, 2009


Dei soldati ho già scritto, di come mi avesse colpito il loro modo di “esibire” il loro essere militare. Di questi ragazzetti, usciti dalla scuola, e catapultati in un mondo di disciplina e fucili così lontano dai loro 19 anni. Li vedo camminare, soprattutto a Gerusalemme, e non riesco a non cogliere la loro voglia di evasione. La loro età è nei piccoli gesti. Nel nome disegnato col pennarello sul giubbino antiproiettile, nella camminata un po’ dinoccolata, nella fatica con cui sembrano trascinare i loro scarponi anfibi, e, soprattutto, nel fucile portato come fosse una via di mezzo tra un pallone da calcio e un attrezzo con cui non sanno come giocare. Sanno a cosa serve, ma vorrebbero non doverci fare nulla. E, quasi sicuramente, non lo useranno, nella vita reale. Le esercitazioni, ovviamente, sono d’obbligo. Ma è difficile che debbano affrontare una situazione da “cecchini”. Loro, semmai, rischiano di saltare in aria. Non ci sono vie di mezzo, da queste parti. O si vive, o si muore, in Israele. In Palestina, invece, si sopravvive. E’ questa una delle differenze principali tra i due Paesi. Quando ti fermano, per un controllo, vedi che a loro di quelle domande non importa nulla. Ovviamente fermano soprattutto gli arabi. I turisti li lasciano in pace. Questi soldati di leva si sentono parte di un “disegno”, più grande di loro, della loro volontà. Un disegno che li vuole “protettori” dei confini e della sicurezza di Israele, nonostante l’età e l’inesperienza. Del resto, qui la sensazione di stare in una sorta di guerra silenziosa, senza spari, ma con la paura che qualcosa di brutto possa accadere da un momento all’altro, è all’ordine del giorno. Questi ragazzi li ho visti soprattutto a Gerusalemme. E poi a Tel Aviv, alle stazioni degli autobus, diretti appunto nella città “contesa”. I più audaci vanno al mare, col fucile in spalla. Ma anche là capisci che la testa è altrove.

Bambini, giocano a fare gli adulti.
Tel Aviv/Graffiti.
July 20th, 2009





Questo riproduce il muro del pianto.

Il più bello, fotografato su un pulmino parcheggiato a Gerusalemme. Pulmino per la pace.

Tel Aviv/Baci multipli pubblicitari.
July 20th, 2009

Foto mediocre, purtroppo lo zoom della macchinetta non è professionale. Ma garantisco che colori e calore meritavano.
Tel Aviv/In volo.
July 19th, 2009



A quasi un anno esatto, mi ritrovo sullo stesso aereo (Airbus 321), stessa classe Business, ma, formalmente, con una compagnia diversa. La Cai. Ovviamente il cambiamento è tutto formale. La sostanza non è cambiata granché. L’unica differenza, forse, è che il personale di bordo sembra essere più educato (ma l’anno scorso viaggiai proprio nel mese dei tagli e delle proteste dei sindacati). La disposizione dei posti segue il classico schema delle compagnie che non hanno aeromobili con una business “separata” dall’Economy: stessi sedili, stessa estensione dei piedi, soltanto un posto in mezzo vuoto (quindi, nella fila da tre ci sono due persone), e una tendina . Il cibo (foto sotto) è discreto, forse la frutta è un po’ plasticosa. Ma per tre ore direi che va bene. Qualche turbolenza, all’altezza della Grecia. Ma sono sopravvissuto. E’ una conquista :-)




Sulla spiaggia di Tel Aviv.
July 11th, 2008




A volte i militari in borghese, in cerca di svago, non sono proprio in borghese.






